Non è una vicenda “nuova” eppure potrebbe “esplodere” nei giorni in cui Vittorio Sgarbi ha deciso di candidarsi come nuovo Assessore alla Cultura del Comune di Roma, invitato dal ticket di Centrodestra Michetti-Matone: il quotidiano “La Repubblica” in prima pagina oggi riporta del rischio processo a cui incorre il noto critico d’arte “fumantino”, per una vicenda legata a presunti quadri falsi del pittore De Dominicis autenticati da Sgarbi nel 2014 nella hall di un hotel a Milano.
I pm di Roma contestano al parlamentare di Centrodestra di aver autenticato almeno 32 quadri del defunto maestro marchigiano Gino De Dominicis, morto nel 1098 e protagonista della scena artistica pittorica del Secondo Dopoguerra: quadri però falsi e di cui, spiega l’accusa, Sgarbi ne era pienamente a conoscenza. Una lunga inchiesta quella partorita dalla Procura di Roma che sospetta addirittura di una «associazione a delinquere che fabbrica finti quadri di De Dominicis, De Chirico, Carrà, Capogrossi, Fontana riproducendone la tecnica pittorica»: il critico d’arte ovviamente respinge ogni tipo di accusa e si appresta ad affrontare tra due giorni l’udienza preliminare, con il giudice chiamato a prosciogliere definitivamente Sgarbi o mandarlo a processo insieme agli altri imputati appartenenti alla Fondazione Gino De Dominicis (di cui Sgarbi era presidente e Marta Massaioli vice).
SGARBI RISCHIA PROCESSO (E CANDIDATURA?)
L’ipotesi di reato che l’associazione con a capo Massaioli smerciasse opere false e le facesse autenticare da firme prestigiose, proprio come Sgarbi, per un valore complessivo di 10 milioni di euro: «il compenso per Vittorio Sgarbi fu di 170mila euro», riporta “La Repubblica” da fonti di indagine a Roma. Il candidato Assessore alla Cultura di Roma viene pedinato e intercettato per mesi finché finisce nei guai per un incontro avvenuto i il 25 giugno 2014 all’hotel Carlyle a Milano, videoregistrato dai carabinieri: qui, racconta “Rep”, Marta Massaioli scende da un un taxi portando un trolley grigio mentre Sgarbi l’aspetta nella hall. «Massaioli si siede in ginocchio davanti a lui, tira fuori dal trolley un faldone di certificati di autentica e li sottopone al critico. Il quale, senza smettere di parlare al telefonino, appone la sua firma», riportano le indagini. Il gip di Roma già nel 2018, disponendo l’arresto di due membri della Fondazione, scriveva «L’operazione di expertise è avvenuta senza una visione diretta delle opere, ma al massimo attraverso una riproduzione fotografica delle medesime, in maniera del tutto inusuale in una hall dell’albergo». Insomma, autenticazioni “al buio” in cui poi la piena iscrizione veniva fatta in un secondo momento dopo la firma “in bianco” di Sgarbi e Massaioli: «I certificati venivano firmati in bianco e completati poi in relazione all’opera falsa da realizzare», scrivono ancora i pm. Accuse gravissime che fanno il paio con i quadri trovati dagli inquirenti nelle perquisizioni degli scorsi anni: 170 certificati, di cui 119 firmati da Sgarbi e 51 da Massaioli, «tutti privi di riscontro fotografico dell’opera autenticata».
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