Riforma all’ultimo voto (segreto): oggi il passaggio finale alla Camera. Ma il centrodestra è ancora diviso

Roma, 16 luglio 2026 –  ​​​​​​Finita la conta dei sei articoli, oggi alla Camera inizia quella dei danni col voto finale segreto sullo Stabilicum, traguardo a cui la maggioranza si trascina con le ossa già rotte dal martedì nero delle preferenze. Che qualcosa nella notte di tregenda seguita alla batosta in aula fosse cambiato si capisce subito: precisamente quando il governo modifica il parere negativo sull’emendamento Ziello (Futuro Nazionale) in materia di – guarda caso – preferenze. La conferma arriva poco dopo. Fratelli d’Italia dà il via libera al testo – una versione più spinta rispetto a quella affondata con i capolista bloccati –, mentre Lega e Forza Italia si tirano indietro.

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La maggioranza si spacca ancora: finisce con un’altra bocciatura (139 sì contro 233 no) e con i futuristi che, incassato il no, espongono cartelli di protesta: “Partiti padroni? No! Cittadini sovrani”. Certo, un colpo meno doloroso del giorno prima, ma pur sempre un siluro ufficiale. Giovanni Donzelli minimizza: “FdI vota qualsiasi cosa ritenga utile agli italiani, anche se proposta dall’opposizione. Da sempre siamo favorevoli alle preferenze, se fosse rimasto l’emendamento del centrosinistra l’avremmo votato”. Una dichiarazione la cui verifica è impossibile. I partner di governo la prendono molto meno alla leggera. I leghisti sbottano parlando di un “fallo di reazione scomposto”, e gli azzurri replicano con lo stesso identico spartito: “Uno scomposto fallo di reazione”.

La truppa di governo si ricompatta poco dopo sul dossier dei fuorisede. Lì, a scongiurare ogni tentazione di nuove lacerazioni, ci ha pensato il centrosinistra, regalando un unanime via libera (349 sì) alla norma che permette di votare nel domicilio provvisorio per chi studia, lavora o si cura lontano da casa. La svolta è arrivata a sorpresa dopo un vertice dei leader dell’opposizione. Fino a quel momento, infatti, a sinistra era prevalsa una linea di chiusura condita da rumorosi festeggiamenti d’aula, al punto che Cecilia Guerra (Pd) aveva intonato l’antico canto delle mondine “Se ben chiamiamo donne, paura non abbiamo”, avendo cura di glissare sulla meno spendibile strofa “crumiri col padron sono tutti da ammazzar”. Poi Giuseppe Conte ha deciso per tutti: “Noi diciamo sì”. E a Elly Schlein non è rimasto che accodarsi.

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Più significativa la scelta di sfilarsi dal testo Bonetti sulla parità di genere, tema condiviso da tutti: “Sarebbe saltato tutto”, spiega Paolo Emilio Russo (FI). Ma le macerie politiche restano lì. Nella notte, una Giorgia Meloni furibonda con i partner si era abbandonata a minacce apocalittiche di ritorno alle urne. Sfoghi di rabbia. Tornare al voto ora, con la coalizione spaccata e regalando al centrosinistra una miracolosa via d’uscita sul premierato, sarebbe un suicidio assistito. E la presidente del Consiglio non è incline ad autolesionismi. Nonostante tutto, non chiederà di riferire al Capo dello Stato: una singola bocciatura non lo impone e servirebbe solo a drammatizzare una pre-crisi. Le martellanti invocazioni dell’opposizione sono destinate a cadere nel vuoto.

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Comunque la indori Donzelli, l’avvertimento recapitato spalla a spalla con il rivale Vannacci resta evidente. Elisabetta Piccolotti (Avs) lo riassume: “Un segnale chiaro a Lega e Forza Italia: vi posso sostituire”. Una pressione resa necessaria dall’imminente scoglio finale di oggi. Un colpo di scena è più impossibile che improbabile, ma Meloni avverte: in caso di imboscata, sarà guerra totale. In secondo luogo, la leader di FdI sa bene che gli alleati accarezzano l’idea di usare questi incidenti d’aula per deviare la riforma su un binario morto, tenendosi il Rosatellum. Per Forza Italia aprirebbe le porte a un agognato pareggio; per la Lega significherebbe blindare i fecondi collegi del Nord. Anche in questo caso il monito di Fratelli d’Italia è netto: “Quando si prende un impegno, non onorarlo significa tradire”.

Il vero problema va ben oltre la contesa sui nomi. La tempesta di questi giorni ha svelato il disagio dei partner, pronto a esplodere alla prima occasione. Sullo sfondo c’è una Forza Italia che risponde più a Marina Berlusconi che ad Antonio Tajani, e una Lega inviperita per il trattamento subìto da Palazzo Chigi. Meloni sa di non potersi più fidare. I segnali di fumo tra FdI e Futuro Nazionale servono a mettere gli alleati alle strette, ma ridisegnano la mappa. A Palazzo Chigi i toni sull’alleanza con i “futuristi” sono cambiati: il partito della premier si divide tra chi vuole la chiusura e chi punta all’abbraccio con il Generale. Presto per un’intesa formale, ma quella distanza che sembrava abissale oggi si è accorciata.