Rosa Elettrica, ritorno all’essenziale

Il viaggio e la fuga sono temi cinematografici e letterari che abbracciano il bisogno più intimo dell’essere umano. Alcune storie nascono per raccontare una fuga, altre partono dalla fuga, ma il risultato è sempre lo stesso: parlare di ritorno. Ritorno a se stessi, alle proprie paure e alla verità che magari si stava evitando finché non è necessario attraversarla. Il racconto contemporaneo sembra aver capito che il vero movimento non è quello geografico, ma quello interiore. Così è successo anche per la serie tv Rosa Elettrica, thriller on the road che usa l’azione come pretesto per raccontare qualcosa di più fragile e umano.

Rosa Valera (Maria Chiara Giannetta), giovane agente della Protezione Testimoni, riceve il suo primo incarico: scortare Cocìss (Francesco Di Napoli), baby boss della camorra deciso a collaborare. Quando l’operazione si incrina, i due diventano bersagli e fuggono insieme attraverso l’Italia, scoprendo che il nemico più pericoloso non è sempre quello che ti insegue. La serie è diretta da Davide Marengo, liberamente tratta dal romanzo di Giampaolo Simi (Sellerio), e sarà disponibile dall’8 maggio su Sky e in streaming su NOW.

Nell’intervista per il vodcast SediciNoni, Giannetta e Di Napoli parlano della serie attraversando le emozioni. E lo fanno partendo da uno dei nodi più scomodi e universali, quello delle seconde possibilità. “Tutti hanno diritto a una seconda possibilità”, dicono, ma senza retorica: la possibilità non è un premio, è un rischio. Significa riconoscere l’errore, starci dentro, e decidere se cambiare davvero. Non è garantito. Non è nemmeno comodo.

Maria Chiara Giannetta costruisce una protagonista lontana dagli stereotipi della poliziotta invincibile. Rosa è fragile, insicura, spesso fuori posto. E proprio per questo profondamente contemporanea. Non agisce perché è pronta, ma perché sceglie di esserlo, anche sbagliando. “Prendersi dei rischi è importante”, suggerisce, ed è una dichiarazione che suona quasi politica in un panorama narrativo abituato a eroi già formati.

Francesco Di Napoli, invece, lavora sul confine. Il suo Cocìss non è un simbolo, è un ragazzo cresciuto nel contesto sbagliato. All’inizio cerca solo di salvarsi la pelle, ammette l’attore, ma poi qualcosa cambia: arriva il momento della scelta. Cocìss smette di essere funzione narrativa e diventa domanda morale. Non c’è assoluzione, ma possibilità.

Il cuore della serie – e dell’intervista – è tutto incentrato in quella linea sottilissima tra fidarsi e sopravvivere. Entrambi gli attori concordano: fidarsi è più difficile. In un mondo che ti tradisce, credere nell’altro è un atto quasi rivoluzionario. Eppure è l’unico modo per non restare soli.

“Non c’è bianco, non c’è nero. Ci sono le persone”, dicono. Ed è forse questa la chiave di Rosa Elettrica: smontare le categorie, restituire complessità, ricordarci che dietro ogni ruolo – poliziotto, criminale, vittima – c’è qualcuno che prova a sopravvivere come può.

Alla fine, ciò che resta non è la fuga, né l’inseguimento. È quella possibilità, fragile e ostinata, di cambiare direzione anche quando sembra troppo tardi. Avere il coraggio di guardarsi dentro e scegliere, nonostante tutto, di non essere più gli stessi.