Roma, 2 novembre 2026 – La memoria dei nostri computer? Sarebbe uno spreco di risorse. A sostenerlo è Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, che ha scatenato una bufera proponendo una diversa distribuzione della RAM, componente fondamentale di PC, smartphone e console. Come racconta TechSpot, durante un’intervista al podcast Cheeky Pint, Altman ha definito “piuttosto terribile” che enormi quantità di memoria DRAM rimangano installate nei computer personali anziché essere utilizzate nei data center dell’intelligenza artificiale.
La RAM è meglio nei data center?
Il ragionamento è semplice: secondo Altman, nei computer domestici la memoria viene sfruttata soltanto per una piccola parte del tempo, indicativamente il 5%. Nei centri di calcolo, invece, potrebbe lavorare quasi ininterrottamente, servendo contemporaneamente migliaia di utenti. Una questione di efficienza, dunque. Ma anche di interessi economici, questo è evidente a tutti. E lui ne ha parecchi in questo settore. OpenAI basa gran parte della propria attività su servizi accessibili attraverso il cloud, mentre cresce il numero di utenti che preferisce eseguire modelli di intelligenza artificiale direttamente sui propri dispositivi.
Prezzi alle stelle, consumatori penalizzati
Il problema è che proprio la corsa all’intelligenza artificiale sta contribuendo a prosciugare le scorte mondiali di memoria.
Secondo TechSpot, i costi della DRAM sono quintuplicati nell’ultimo anno, con conseguenze pesanti sui prezzi dell’elettronica. Le console più avanzate si avvicinano ai mille dollari, mentre schede grafiche come le Nvidia RTX 5080 e 5090 sono diventate costosissime e difficili da trovare. Le prospettive non rassicurano: SK Hynix prevede tensioni nelle forniture anche oltre il 2030, mentre altri operatori ipotizzano un miglioramento già nel 2027.
Dalla proprietà all’abbonamento
Le parole di Altman sollevano però una questione ancora più inquietante: di chi saranno davvero i computer del futuro? Perché Il paradosso è evidente: l’industria dell’IA contribuisce alla scarsità di componenti e uno dei suoi protagonisti suggerisce di destinarne ancora di più al cloud. Siamo di fronte a un corto circuito netto. Se la potenza di calcolo si concentrasse sempre più nei data center, gli utenti potrebbero diventare progressivamente dipendenti dai servizi in abbonamento delle grandi aziende tecnologiche. Un modello certamente vantaggioso per i giganti tecnologici. Ma lo sarà altrettanto per i consumatori? L’impressione è che le cose siano all’opposto e che questa ultima uscita di Altman serva solo a “giustificare” un cambio di prospettiva che giova solo al portafoglio delle big tech, non certo al nostro.