In questi giorni ha scosso e indigna la vicenda di Paolo, 14 anni, che si è ucciso in silenzio dopo anni di bullismo, ascoltato dalla famiglia ma non dalla società e dalla scuola, che lo ha ferito senza sosta né rimorso, con la leggerezza della crudeltà resa forte dalla prepotenza illogica del gruppo.
Il dramma riporta al centro una domanda scomoda: la scuola italiana è davvero un luogo sicuro, inclusivo, capace di rispondere ai bisogni dei ragazzi? Mentre la cronaca racconta ferite profonde, cresce il dibattito sulle alternative educative e sulla ricerca di modelli diversi.
Il bullismo, problema importante, non rappresenta l’unica piaga della scuola dei tempi attuali. Nascosti fra gli interstizi si nascondono ulteriori questioni che non sembrano poter essere rimandate oltre: una fra tutti l’educazione emotiva, senza contare la connessione con la realtà quotidiana, che sembra sempre più lontana dalla vita nelle aule.
E i genitori? Mostrano di essere aperti a modalità differenti di apprendimento, in vista di metodi e soluzioni più felici. È anche in questo contesto che alcune famiglie scelgono l’istruzione parentale e si orientano verso progetti scolastici alternativi, alla ricerca di modelli più vicini alle esigenze dei propri figli.
I numeri: picco pandemico ed evoluzioni
Durante la pandemia si è registrato un salto. Gli studenti in istruzione parentale sono passati da 5.126 nel 2018/19 a 15.361 nel 2020/21, con oltre 10.000 bambini nella sola primaria, testimonia la testata di settore Orizzonte Scuola.
Modalità come l’homeschooling e le scuole parentali esistevano già in precedenza, sebbene poco conosciute, ma le restrizioni e la didattica a distanza hanno spinto molti genitori a non rimandare oltre la ricerca di un’alternativa più sostenibile e concreta per l’apprendimento dei figli. Non solo: la pandemia ha insegnato, nel bene e nel male (talvolta con conseguenze pesanti nel caso dei minori) a utilizzare di più e meglio internet, per studiare a distanza, lavorare in smart working o fare rete e questo ha portato al progressivo diffondersi di una comunicazione più capillare sulla possibilità di fare scuola in modo differente incontrando luoghi e persone con gli stessi bisogni.
Lockdown, didattica a distanza e polemiche sulla necessità delle vaccinazioni obbligatorie, hanno contribuito a registrare un incremento improvviso di bambini homeschooler o aderenti a realtà scolastiche differenti rispetto al percorso tradizionale.
E ora? Dopo la fase legata all’emergenza Covid il fenomeno si è ridimensionato e al tempo stesso mostra un’evoluzione. Istruzione parentale e didattiche alternative rappresentano un argomento sempre più discusso.
Spesso si tratta di numeri invisibili, non ancora entrati nelle statistiche ufficiali, eppure chi esce dalla scuola per intraprendere scelte differenti racconta il desiderio di percorsi educativi più personalizzati, ma anche un bisogno di benessere e di un apprendimento felice che non sempre viene osservato e perseguito dalle istituzioni.
I problemi della scuola italiana
La scuola italiana ha avuto un ruolo decisivo nel Novecento: ha portato l’alfabetizzazione di massa e ha reso l’istruzione accessibile a chi, in precedenza, ne era escluso.
Oggi, però, emergono limiti che spingono molte famiglie – e spesso gli stessi insegnanti – a guardare altrove. La scarsa connessione con il mondo esterno e la ridotta possibilità di passare tempo all’aperto, fattori fondamentali per la crescita, restano tra le carenze più evidenti.
Le nuove didattiche, basate su laboratori e pratiche esperienziali, faticano a trovare spazio nel sistema tradizionale. Ore all’aria aperta o attività dedicate a artigianato o orticoltura, in Italia sono realtà possibili in maniera discontinua, quando esiste la buona volontà dell’insegnante, nell’ambito di progetti locali o delle singole scuole.
Anche la modalità di trasmissione del sapere sembra essere in crisi e ormai da anni. Sono cambiati i criteri di valutazione, ma non la sostanza della lezione frontale, verticale e poco interattiva. Programmi vasti ma compressi in libri spesso poveri, schede da compilare e un sapere ridotto all’osso rischiano di rendere l’apprendimento sterile. La scuola primaria, che dovrebbe costruire i fondamentali, resta indietro rispetto alle ricerche pedagogiche. E la qualità dipende troppo dal singolo docente: i bravi insegnanti ci sono, ma incontrarli è spesso questione di fortuna.
Il caso del Veneto
Un esempio concreto arriva dal Veneto, una delle poche regioni italiane che ha prodotto dati sistematici sull’istruzione parentale. Secondo il Rapporto dell’Ufficio Scolastico Regionale 2022/23, citato in uno studio pubblicato nel 2025 su Ricerche di Pedagogia e Didattica dell’Università di Bologna, gli studenti in homeschooling sono passati da 207 nel 2018 a 1.620 nel 2022, con un incremento evidente soprattutto nella scuola primaria, dove l’incidenza ha raggiunto lo 0,71% della popolazione scolastica regionale.
Una crescita che conferma come il fenomeno homeschooling, esploso durante la pandemia, abbia mantenuto numeri più alti rispetto al periodo pre-Covid. Le motivazioni che spingono le famiglie a cercare alternative rispetto alla scuola tradizionale sono diverse. Evitare situazioni legate al bullismo e cercare un ambiente che sia affidabile, in cui poter crescere e apprendere senza la rigidità della classe così come viene concepita a livello istituzionale, rappresenta uno dei punti di maggiore interesse per i genitori. Inoltre, apprendere in maniera più fluida e profonda, dare spazio a attività pratiche e sportive o stare all’aperto, che la scuola tende a comprimere, costituisce un aspetto sempre più valutato.
Perché ancora stentiamo a utilizzare la parola “felicità” di fianco alla parola “scuola”? Non è sbagliato pensare che il proprio figlio debba poter essere felice a scuola, anzi al contrario dovrebbe essere un punto da cui partire per una scelta consapevole, didattica e di vita. Imparare con gioia, essere ascoltati e vivere un processo di apprendimento stimolante, esercitando la nostra curiosità e libertà, dovrebbe essere un nostro diritto, imprescindibile per diventare adulti sani e integrati: non dovrebbe far paura.
Scuole alternative: metodo Montessori
Con il Decreto 237 del 30 luglio 2021, il Ministero dell’Istruzione ha autorizzato una sperimentazione nazionale in 24 scuole secondarie di primo grado, poi salite a 25. Una svolta è arrivata con la Legge 150/2024, che ha trasformato la sperimentazione in ordinamento. Dal 2025/26 anche le scuole statali e paritarie potranno attivare sezioni o classi Montessori alle medie, presentando un progetto educativo conforme e ottenendo l’approvazione degli Uffici Scolastici Regionali.
La norma prevede inoltre docenti formati e specializzati nel metodo. Per molte famiglie si tratta di un riconoscimento importante. Il metodo Montessori, infatti, punta su autonomia e responsabilità personale, lavoro per progetti e forte connessione con l’ambiente circostante, offrendo agli studenti non solo nozioni ma la possibilità di apprendere attraverso l’esperienza diretta e la collaborazione.
La scelta outdoor
Il 2025 vede anche consolidarsi pratiche di outdoor education e progetti “senza campanella”, talvolta integrati in scuole statali o paritarie. I vantaggi osservati sono numerosi: passare più ore all’aperto corrisponde a un incremento del benessere a livello fisico e psicologico, come dimostrano da numerosi studi. Non solo, osservare la natura e interagire con il mondo circostante si mostra fondamentale anche per il processo di apprendimento e per i rapporti sociali con il gruppo.
Homeschooling e unschooling: di cosa si tratta e cosa dice la legge
La parola homeschooling viene dall’inglese: home significa “casa” e schooling “scolarizzazione, istruzione”. Letteralmente è “fare scuola a casa”, anche se, in realtà, spesso la casa si smaterializza trasformandosi nell’occasione di imparare ovunque ci si trovi, immersi nel mondo.
Vicino all’homeschooling è l’unschooling, in cui è la curiosità quotidiana a guidare l’apprendimento. In questo approccio, non esistono orari rigidi o programmi stabiliti: si impara attraverso l’esperienza, il gioco, le passioni, i viaggi, il contatto con la natura. Se i libri accompagnano il processo di apprendimento, è l’interesse del bambino la bussola da seguire, cogliendo ogni giorno lo spunto offerto dal momento. Si tratta di una modalità di apprendimento che diventa filosofia di vita e scelta di famiglia, un percorso di ricerca anche per gli adulti, un viaggio da intraprendere insieme.
Oggi sul territorio italiano e europeo sono diffuse numerose associazioni legate all’educazione parentale che permettono ai bambini e alle famiglie di incontrarsi, fare rete, creare amicizie e studiare in modo condiviso. La legge richiede una verifica annuale delle competenze, sotto forma di esame di idoneità, che di norma si svolge a fine anno scolastico in una scuola statale o paritaria, o presso l’istituto più vicino di riferimento territoriale, o scelto dalla famiglia.
È importante ricordare che in Italia non è la scuola a essere obbligatoria, bensì l’istruzione. Ad affermarlo è la Costituzione, che all’articolo 34 stabilisce come l’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, sia “obbligatoria e gratuita”. A questo si collega l’articolo 30, che richiama il “dovere e diritto dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli”. Da qui nasce l’interesse e lo stimolo dei genitori a cercare le soluzioni che possano risultare più idonee allo sviluppo psicofisico dei figli.
Se nella pratica non sempre appare ovvio o facile trovare una modalità che consenta di organizzarsi adeguatamente a livello familiare, i percorsi educativi non convenzionali che stanno emergendo raccontano un dato importante: il diritto a desiderare il benessere, anche nell’apprendimento, la ricerca di una qualità di vita anche per i più piccoli, oltre al bisogno fondamentale, spesso inconfessabile e inespresso, di una gestione più felice del tempo, per tutti.