Democrazia e diritti sul posto di lavoro: un operaio metalmeccanico di Jesi ha ottenuto ragione davati al giudice del lavoro dopo che l’azienda lo aveva sanzionato con cinque giorni senza stipendio.
“Quest’azienda è una dittatura”
L’operaio si era permesso di dire a un collega che “quest’azienda è una dittatura”: capirài, uno direbbe, e invece i dirigenti non gliela hanno fatta passare liscia. Ma c’è ancora un giudice a Berlino, in questo caso il giudice Andrea De Sabbata del tribunale di Ancona.
Impeigato come conduttore di macchine per la piegatura di profilati metallici – la storia l’ha diffusa l’edizione locale del Messaggero – gli erano stati contesati, nell’ordine, l’allontanamento dalla postazione, l’essersi rifiutato di lavorare alla pressa, una giornata di ferie cui non avrebbe avuto diritto. Oltre all’intollerabile impertinenza di definire l’azienda una dittatura.
Risultato due provvedimenti sanzionatori: uno di due giorni di sospensione dal lavoro e dello stipendio, l’altro di tre giorni. Il giudice ha rigettato tutti gli addebiti. Non si era allontanato per capriccio ma perché attendeva che qualche responsabile sostituisse la cassa dei pezzi.
Il giorno dopo la frase sulla dittatura, frase che non contiene gli estremi per qualificarla come atteggiamento irrispettoso meritevole di provvedimenti disciplinari. Infine, alla pressa non ci è andato perché impiegato con altra masione mentre l’assenza era giustificata da un certificato medico non contestato.
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