Sfida Inghilterra-Argentina: dal rosso a Rattin alla ‘Mano de Dios’ e Beckham, la disputa che dura da sessant’anni

Atlanta, 15 luglio 2026 – Lionel Messi ha 39 anni, ha giocato contro praticamente ogni nazionale del pianeta, ha vinto un Mondiale e insegue il bis. C’è però una casella che, fino a stasera, era rimasta vuota nel suo palmarès di avversari: l’Inghilterra. Non l’ha mai affrontata in una gara ufficiale né in un’amichevole con la maglia dell’Argentina maggiore. Ci sono voluti oltre sessant’anni di rivalità, cinque precedenti mondiali carichi di veleno e una semifinale ad Atlanta perché il destino mettesse finalmente Messi di fronte ai Tre Leoni. Alle 21 italiane, Mercedes-Benz Stadium, in palio la finale di New York contro la Spagna. E aleggia, su tutto, l’ombra di un uomo che questa sfida l’ha involontariamente inventata e che non la vedrà: Antonio Rattin, morto lo scorso 11 luglio a 89 anni, con l’Argentina che gli ha reso omaggio con il lutto al braccio nei quarti contro la Svizzera, giocati poche ore dopo la notizia.

Da Rancagua a Wembley: la nascita di un’ostilità

Il primo precedente, nel 1962 a Rancagua, in Cile, passò quasi inosservato: fase a gironi, Inghilterra-Argentina 3-1, un risultato che per differenza reti risultò decisivo per eliminare gli argentini già al primo turno. Nessuno scandalo, nessuna scintilla. Il fuoco si accende quattro anni dopo, a Wembley, quarti di finale del Mondiale casalingo inglese. L’Argentina di Rattin gioca un calcio fatto di interruzioni e proteste continue, pensato per spezzare il ritmo della squadra di casa. Al 35′ l’arbitro tedesco Rudolf Kreitlein espelle il capitano argentino per “violenza verbale”, anche se i due, in realtà, non riescono nemmeno a capirsi: Kreitlein non parla una parola di spagnolo. Rattin rifiuta di lasciare il campo, si siede sul tappeto rosso riservato alla Regina Elisabetta II, sgualcisce una bandierina d’angolo con i colori inglesi prima di essere scortato via dalla polizia tra undici minuti di caos. “Era chiaro che l’arbitro giocasse con la maglia dell’Inghilterra addosso”, avrebbe detto anni dopo lo stesso Rattin.

La partita la decide Geoff Hurst, di testa, al 77′, su cross di Martin Peters: in Argentina resta ancora oggi ricordata come “El Robo del Siglo”, il furto del secolo. Il ct inglese Alf Ramsey, a fine gara, definisce gli argentini “animali” e impedisce ai suoi di scambiarsi le maglie, gesto che scatena l’indignazione a Buenos Aires. Da quell’episodio, da un arbitro e un capitano incapaci di comunicare in nessuna lingua comune, nasce l’esigenza che porterà la FIFA, in vista del Mondiale del 1970, a introdurre i cartellini gialli e rossi: l’intuizione di Kenneth Aston, ispirata – la leggenda vuole – da un semaforo incrociato in auto poco dopo l’incidente di Wembley. Il calcio, però, è solo la superficie.

Nel 1982 Argentina e Regno Unito combattono davvero, per settantaquattro giorni, per il possesso delle isole Falkland – le Malvinas, per Buenos Aires – nell’Atlantico del Sud. La guerra si chiude con la resa argentina e centinaia di morti da entrambe le parti, una ferita che a distanza di oltre quarant’anni resta aperta: lo stesso CT Lionel Scaloni, alla vigilia della semifinale di stasera, ha provato a tenerla fuori dal campo. “Questa è una partita di calcio, non voglio mescolare tutto”, ha detto il ct argentino, definendo il conflitto “un momento molto triste della nostra storia” sul quale, ha aggiunto, “non possiamo fare granché”.

Gli otto minuti di Maradona e la vendetta di Beckham

Quattro anni dopo le Falkland, allo stadio Azteca di Città del Messico, il calcio prende in prestito la storia per appena otto minuti di gioco. Quarti di finale, 22 giugno 1986: al 6′ della ripresa, sullo 0-0, Diego Armando Maradona anticipa il portiere inglese Peter Shilton e devia in rete con la mano sinistra. L’arbitro tunisino Ali Bin Nasser non vede nulla, il gol viene convalidato: nascerà come “Mano de Dios”. Quattro minuti dopo, Maradona riceve palla nella propria metà campo, salta cinque avversari in progressione e batte ancora Shilton: la FIFA lo consacrerà come il gol più bello nella storia dei Mondiali. Gary Lineker accorcia, ma l’Argentina va in finale e vince il torneo.

Per l’Inghilterra è una ferita che il tempo non ha mai davvero rimarginato: Shilton ha ripetuto per anni di non riuscire a perdonare Maradona, non tanto per la mano quanto per non essersi mai scusato. Lo stesso Maradona, dall’altra parte, non ha mai avuto dubbi: sapeva perfettamente di aver toccato il pallone con la mano, lo avrebbe ammesso esplicitamente molti anni dopo, senza però mai rinnegare il gesto.

Bisogna aspettare il Mondiale di Francia, dodici anni più tardi, per il quarto capitolo, e stavolta il protagonista involontario è un ventitreenne biondo che sta per diventare una delle facce più famose del calcio mondiale. Saint-Etienne, 30 giugno 1998, ottavi di finale: Gabriel Batistuta porta avanti l’Argentina su rigore al 6′, Alan Shearer pareggia dal dischetto al 10′. Al 16′ arriva il gol che lancia la carriera di un diciottenne di nome Michael Owen: riceve palla da David Beckham, salta due difensori argentini in progressione e infila Carlos Roa con un destro sotto la traversa. “Quel gol ha cambiato la mia vita”, avrebbe detto in seguito lo stesso Owen. Javier Zanetti pareggia però nel recupero del primo tempo con una punizione studiata a tavolino. Due minuti dopo l’intervallo, l’episodio che cambia la partita: Beckham, steso a terra da un fallo di Diego Simeone, allunga la gamba e lo colpisce. Rosso diretto. L’Inghilterra regge in dieci uomini fino ai rigori, dove l’Argentina si impone 4-3. Il giorno dopo il Daily Mirror titola “Ten heroic Lions, one stupid boy“: per Beckham comincia un periodo durissimo, fatto di fischi negli stadi inglesi e fantocci bruciati con la sua maglia. “Fu il momento più difficile della mia carriera”, ha raccontato lui stesso, ricordando come per anni “tutto il Paese” lo abbia considerato un capro espiatorio.

La rivincita arriva quattro anni dopo, in Giappone. Sapporo Dome, 7 giugno 2002, fase a gironi: al 44′ Beckham si presenta sul dischetto e non sbaglia. 1-0 per l’Inghilterra, arbitro Pierluigi Collina. È la prima vittoria inglese contro l’Argentina in un Mondiale dai tempi di Wembley, 36 anni prima. L’Argentina di Batistuta e Veron chiude il girone al terzo posto, eliminata al primo turno esattamente come nel 1962 a Rancagua, quarant’anni prima.

Messi contro Kane e Bellingham: la sesta partita

Cinque precedenti, tre vittorie inglesi e due argentine, e stasera il sesto capitolo. Sul terreno di gioco, la sfida più immediata è quella tra i due numeri 10: da una parte Messi, che sta vivendo un Mondiale straordinario nonostante l’età – “è semplicemente incredibile come porti avanti quella squadra”, ha detto di lui il ct inglese Thomas Tuchel – dall’altra Jude Bellingham, a segno sei volte quanto Harry Kane, in quella che è la prima volta nella storia dei Mondiali che una nazionale porta due giocatori entrambi a quota sei gol nella stessa edizione. Scaloni dovrà dividere le proprie risorse difensive tra i due: “Affrontiamo due tra i giocatori più forti al mondo, cercheremo di limitarli“, ha detto alla vigilia. Sull’altro fronte, il portiere inglese Jordan Pickford ha ammesso una certa curiosità nell’affrontare finalmente Messi in campo, definendolo un giocatore che ha “segnato e fatto segnare tantissimo” lungo tutta la carriera. Messi, dal canto suo, ha parlato di una partita “speciale” contro una nazionale che ha definito una vera “potenza”. Attorno al campo, il clima resta quello di sempre: dispositivo di sicurezza imponente ad Atlanta, polemiche arbitrali nei giorni precedenti – c’è chi, sui social argentini, ha già ribattezzato il torneo “VARgentina” per lamentare presunti favoritismi – e la consueta fatica dei protagonisti nel tenere la politica fuori dal rettangolo verde, riuscendoci solo a metà. Tuchel, invece, ha scelto la strada opposta a quella della retorica: alla domanda sul peso storico della sfida ha risposto che, da allenatore, il suo compito è esattamente il contrario di quello di caricarla emotivamente. Non se ne parla, in spogliatoio: si prepara una partita di calcio, non una rivincita. Eppure la rivincita, in un modo o nell’altro, la giocano tutti. L’Inghilterra insegue la propria seconda finale mondiale di sempre, sessant’anni dopo l’unico trionfo del 1966 – lo stesso Mondiale di Rattin e Kreitlein. L’Argentina cerca la terza finale delle ultime quattro edizioni, un traguardo che prima di loro avevano raggiunto solo Germania e Brasile. E in mezzo, sotto il tetto chiuso del Mercedes-Benz Stadium, c’è un pallone che da Rancagua in poi ha sempre avuto qualcosa in più da raccontare.