Roma, 23 aprile 2026 – Una strategia negoziale aggressiva e imprevedibile, che però aumenta i rischi soprattutto in contesti delicati come il Medio Oriente. Andrew Spannaus, giornalista e analista americano, chiarisce perché la leadership di Donald Trump rappresenterà un fattore di instabilità almeno fino alle midterm.
Trump prima ha escluso il prolungamento della tregua e poi ha cambiato linea. C’è una strategia o siamo davvero in balia degli eventi?
“Una strategia c’è, ma è molto rischiosa. Trump alterna minacce estremamente dure a improvvisi segnali di apertura. È una tecnica negoziale che può funzionare in qualche caso, ma che diventa pericolosa quando si ha a che fare con attori esperti, come quelli del Medio Oriente. Il problema è che, dopo aver alzato così tanto i toni, rischia di sentirsi obbligato a dare seguito alle sue minacce. In questo momento però sembra prevalere un certo pragmatismo: sa che conviene sfruttare anche le aperture minime, come quelle che arrivano dall’Iran”.
Eppure, dopo i primi colloqui, sembrava emergere uno spiraglio. Poi Trump ha usato parole che Teheran ha percepito come offensive. È possibile che non sia consigliato?
“Il punto è proprio questo: Trump tende a non ascoltare i consigli quando riguardano la moderazione del linguaggio o della postura negoziale. Non si affida a una tradizione diplomatica consolidata e spesso rivendica di decidere in autonomia. Alcune dichiarazioni molto dure sono state pensate da lui come strumenti per aumentare la pressione psicologica. Ma così facendo introduce un elemento di instabilità, perché la sua comunicazione non è prevedibile e spesso entra in collisione con la sensibilità degli interlocutori”.
Non si era mai visto un presidente americano così accentratore. Come si può gestire una figura del genere?
“Se guardiamo all’evoluzione recente, possiamo dire che il momento di massima espansione del ‘metodo Trump’ è probabilmente alle spalle. Alcuni tentativi più aggressivi, come le pressioni su media e istituzioni, l’uso disinvolto dei dazi o certe politiche sugli immigrati, sono stati almeno in parte contenuti. Le istituzioni americane stanno reagendo: non in modo frontale, ma cercando di limitare i danni e preservare il funzionamento del sistema. Tuttavia, resta un elemento di rischio costante, perché Trump ha bisogno di riaffermare continuamente la propria leadership e questo lo porta a decisioni che creano tensioni”.

Quindi è realistico pensare a un ridimensionamento?
“In parte è già in corso. All’interno delle istituzioni c’è l’idea di salvare alcuni aspetti, per esempio il ritorno a una politica industriale più attiva ed evitando però le derive più destabilizzanti. Le elezioni di medio termine saranno cruciali: potrebbero offrire ai repubblicani lo spazio politico per prendere maggiore distanza”.
Possiamo parlare di una forma di sovranismo simile a quella europea?
“Solo in parte e soprattutto sul piano culturale. Il contesto europeo è molto diverso e tende ad attenuare certe spinte. Negli Stati Uniti, invece, Trump ha inciso soprattutto sul protezionismo e sulla ridefinizione del ruolo globale americano, nel tentativo di contenere altre potenze. Sono dinamiche difficilmente sovrapponibili a quelle europee”.