Roma, 20 luglio 2026 – Incardinare sì, ma col freno a mano tirato. L’esame dello Stabilicum muove i primi passi nella commissione Affari costituzionali del Senato. L’Ufficio di presidenza, oggi all’ora di pranzo, è chiamato a tracciare il calendario delle audizioni: le opposizioni le pretendono a gran voce, Fratelli d’Italia si adegua senza erigere barricate. Nessuno, però, scommetta su un’accelerazione pre-ferragostana: complice l’impegno sul decreto immigrazione e le tensioni di maggioranza, la resa dei conti slitta direttamente a settembre. È melina pura, calcolata al millimetro. Serve al centrodestra per far decantare i sondaggi, svelenire il clima e disinnescare trappole ad alto potenziale esplosivo. Ma a dettare il ritmo dell’attesa è soprattutto la cautela di Giorgia Meloni. La premier vuole congelare lo scontro ed evitare insidie parlamentari sul rettilineo che la conduce al 4 settembre: la data cerchiata in rosso in cui potrà intestarsi il primato dell’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica.
Qualche enigma, tuttavia, sulla riforma elettorale andrà sciolto prima di infilare le ciabatte da spiaggia. Almeno sul fronte degli emendamenti. Fratelli d’Italia puntava a chiudere subito la partita delle preferenze, ma le distanze restano siderali e la palla passa ai leader. Anche perché in casa Lega il deputato e coordinatore campano Gianpiero Zinzi le rilancia: “Il Senato rimedi all’errore”, mentre in Forza Italia i nervi sono a fior di pelle. La capogruppo Stefania Craxi — portavoce fedele degli umori di Marina Berlusconi — ha derubricato a fantasia le voci su un vertice con la premier e la presunta minaccia: “Se andate avanti vi facciamo male”. Precisazioni di rito, che valgono quel che valgono. Ciò che Craxi non nega è la linea: no secco alle preferenze, persino a scrutinio palese. Nei fatti però, il gruppo azzurro resta spaccato: cinquanta per cento contrari, cinquanta per cento tentati dal sì. Un rischio di scontro frontale così concreto da spaventare persino il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Già sponsor del ripristino della preferenza (pensato per pareggiare lo sgarbo subito alla Camera), la seconda carica dello Stato preferisce ora fare un passo indietro, apparendo decisamente più cauto.
La proposta di modifica in Aula ci arriverà comunque spinta da Noi Moderati e di sicuro da parte delle opposizioni. Per la premier, che si era detta pronta ad accettare qualsiasi proposta sul tema, una retromarcia rappresenta un tornante impervio. Specie con il “tormento” Roberto Vannacci che continua a stuzzicare Palazzo Chigi sfoderando i suoi soliti toni: “Chi può tiri fuori gli attributi e riproponga le preferenze al Senato. Per la terza lettura alla Camera garantisco il pieno supporto dei miei arditi futuristi”. A surriscaldare la ripresa autunnale ci penserà il secondo fronte caldo: la norma “anti-frammentazione”, nata da un’iniziativa forzista a Montecitorio. Il meccanismo salva soltanto la lista più votata sotto la soglia del 3% e cancella i restanti consensi, anziché sommarli al totale della coalizione. Un colpo basso ideato per azzoppare il centrosinistra, dove i cespugli proliferano e custodiscono un tesoretto del 4% destinato a sparire nel nulla. “È una norma ruba-voti”, affonda Dario Parrini, senatore del Pd, “grazie alla quale il premio di maggioranza può andare a chi perde”.
Una misura indigesta che ha spinto le forze minori dell’opposizione a un primo, simbolico tentativo di difesa unitaria. In una conferenza stampa congiunta a Montecitorio, Più Europa, Psi, Centro Democratico, Progetto Civico, Più Uno (il fondatore Enrico Maria Ruffini, pur assente, fa sapere di condividere in pieno la battaglia), Possibile e Volt Italia si sono scagliati compatti contro quello che definiscono “uno scippo alla rappresentanza degli italiani”.
Con la maggioranza arroccata sulle sue posizioni, l’ultima speranza per le minoranze resta ritentare la carta del Quirinale. Il più determinato a percorrere quella strada è Riccardo Magi: “Chiederemo un incontro al presidente Sergio Mattarella”. Sul Colle, per ora, ci si limita a scuotere le spalle con rassegnato pragmatismo: a ciascun giorno basta la sua pena.