Stefano Cinelli Colombini: “Il Brunello e Montalcino, due icone non riproducibili altrove”

(Adnkronos) – La Fattoria dei Barbi, in località Podernovi a Montalcino, è un luogo capace di raccontare secoli di storia del territorio, di vino e soprattutto di una famiglia. Stefano Cinelli Colombini, discendente di questa antica realtà familiare che produce vino dal 1892 ed è presente sul territorio da oltre 670 anni, guida oggi l’azienda.

Quest’anno la consueta classifica annuale dei migliori vini al mondo secondo Wine Spectator ha visto il Brunello di Montalcino Riserva 2016 della Fattoria dei Barbi posizionarsi al secondo posto, davanti solo Oakville Double Diamond 2019 di Schrader Cellars, in Napa Valley, California. Nella Top 100 ci sono anche altri due vini toscani, il Tignanello 2019 di Antinori in quinta posizione e il Saffredi 2019 di Fattoria le Pupille in ottava. L’ambito riconoscimento è stata per noi l’occasione per porre a Stefano Cinelli Colombini qualche domanda su passato, presente e futuro della Fattoria dei Barbi e di Montalcino.

Come ci sente ad essere – di nuovo – sul podio dei migliori vini del mondo secondo Wine Spectator?

Nel 1892 abbiamo ottenuto la medaglia d’argento come secondo miglior vino d’Italia dal Ministero dell’Agricoltura, nel 1968 il Torchio d’Oro del Ministero dell’Agricoltura come miglior vino d’Italia, nel 1985 Wine Spectator ci ha inseriti tra i 100 migliori vini del mondo nella prima New York Wine Experience e poi ora questo riconoscimento. È un successo che attraversa tante generazioni di Colombini a Montalcino. Fa sentire parte di una storia importante, è come se mio nonno e tanti altri di noi mi avessero dato una pacca sulla spalla dicendo “beh, tutto sommato non sei così male!”.

Provocatoriamente aggiungerei anche che oltre a tanti complimenti ci sono state anche un po’ di voci sorprese da questa assegnazione: cosa non hanno capito di Fattoria dei Barbi?

Forse non hanno capito che generazione dopo generazione noi cerchiamo di interpretare Montalcino al meglio, perché questa è la nostra terra e non cerchiamo scorciatoie. Capisco che questo modo di essere non è adatto al narcisismo dominante, però è quel che siamo.

La sua è una vita intera dedicata al Brunello e a Montalcino. In questo momento guardando indietro c’è qualcosa che cambierebbe?

Chi, potendo tornare indietro, non cambierebbe molte cose? Però le scelte decisive non le modificherei. Ho avuto ragione a guidare più volte i miei colleghi in difesa dell’unicità di Montalcino e del Sangiovese, tante forze potenti spingevano per omologarci e sarebbe stata la nostra morte. Purtroppo c’era chi non capiva che in un modo globalizzato tutto ciò che è omologato e riproducibile è destinato a perdere valore, per quanto alla moda e/o buono sia; solo ciò che non è riproducibile altrove mantiene valore nel tempo, e il Brunello fatto solo con Sangiovese di Montalcino è tra i pochi vini al mondo con questa caratteristica. Cambiarlo sarebbe stato un suicidio e sono lieto che a Montalcino questo sentimento sia (e resti) ampiamente condiviso.

Parlando di Brunello, Montalcino e cambiamento climatico, lei ha dichiarato quest’estate “I cru possono esistere, ma hic et nunc, non è pensabile che restino immutabili negli anni e questi ultimi anni ce lo hanno dimostrato”. Guardando al futuro, tenendo conto che il cambiamento climatico impone dei ripensamenti rispetto al passato (nel caso del Brunello per esempio la modifica del disciplinare permette la produzione anche a quote più alte) quale strada dovrebbe intraprendere secondo lei Montalcino?

Su Montalcino e la sua viticoltura vale fare qualche riflessione. Ogni coltura esiste all’interno di una specifica fascia climatica, e la Toscana è più o meno al centro di quella del vino. Montalcino è al centro della Toscana, riparata dal Monte Amiata dai venti caldi del sud e dall’Appennino da quelli del nord e dell’est. È in pratica un’isola, i suoi confini sono segnati dai quattro fiumi che la circondano e non manca di acqua. Ha tipologie di terreni atti a reggere bene agli eccessi climatici, e ha metà del territorio coperto dal bosco che è un potente moderatore climatico naturale. Ha un’agricoltura quasi esclusivamente bio, e terreni molto vivi. In più è per oltre il 90% coltivata a Sangiovese, un vitigno che vuole un clima caldo e asciutto, e che regge bene anche alla siccità; bastano poche gocce, e riparte. E con la nostra orografia molto mossa è facilissimo recuperare la miriade di piccoli invasi che avevamo e adattarli per l’irrigazione d’emergenza. Direi che Montalcino è tra le zone che hanno meno da temere dai cambiamenti climatici.

E il futuro della Fattoria dei Barbi?

Il futuro della Fattoria dei Barbi è mio figlio Giovanni, che come mio nonno, come il babbo di mio trisavolo e tanti altri di noi porta il nome dell’avo Beato Giovanni Colombini. È un “bimbo” allegro che frequenta il primo anno del liceo classico, mangia un pò troppo e gioca decentemente a tennis.

Montalcino è un luogo icona, tra le mete più conosciute al mondo per quanto riguarda il vino. Si può implementare ancora l’enoturismo in loco? Come nello specifico?

Il Brunello e Montalcino sono icone perché sono unici, e nel mondo di oggi solo ciò che non si può riprodurre ovunque ha valore. Se dipendesse da me, allargherei il concetto di tipicità vera dal vino al territorio, alla gastronomia e al turismo. In questo vedo un enorme potenziale. Eviterei di scimmiottare gli altri, le copie non hanno futuro. Montalcino è il luogo dove c’è qualcosa di unico al mondo: in pochi chilometri trovi oltre duecento cantine, tutte diverse, in mezzo a un panorama spettacolare e incredibilmente vario, dove è bello anche perdersi. Perché perdersi qui vuol dire fare scoperte inaspettate. Ma, secondo me, dovrebbe essere anche il luogo dove scoprire una cucina ricca, complessa e articolata autenticamente toscana, che esiste da secoli e non si è mai trovata nei ristoranti. Pinci o pappardelle fatte a mano alle briciole, all’aglione o al sugo finto, tortelli di spinaci o di ortica all’olio (il burro non è una nostra usanza culinaria) e salvia o al sugo di cinghiale, zuppe straordinarie come la minestra di pane, la pappa col pomodoro o l’acquacotta, l’infinita gamma di piatti stagionali di verdure come i tanti sformati, i fritti di fiori di acacia, di borragine, di salvia, di vitalba, di carciofi, le scottiglie di tre o quattro carni su pane agliato, il piccione alle olive, la faraona con la sua carne speziata, il cinghiale in dolceforte, la lepre alla cioccolata, il timballo di rigaglie, la trippa allo zafferano, piatti semplici ma unici come le salsicce cotte nel vino, dolci come il caffè in forchetta, gli ossi di morto, i corolli o il pancosanti, la straordinaria varietà dei nostri pecorini che vanno dagli affogati nel vino, ai rifermentati nello ziro, a quelli al miele, al tartufo, alla presura. I nostri mieli. I nostri oli di oliva. E questi sono solo alcuni, la sola collezione di piatti tipici montalcinesi che ho nei ricettari di casa conta più di duecento piatti unici. Qui ci sarebbe un universo di gastronomia da scoprire, non i soliti piatti scimmiottati dagli stellati che sono uguali in tutto il mondo. Se avremo il coraggio e la voglia di proporla, la nostra ricca cucina tradizionale è un’attrattiva straordinaria. Montalcino potrebbe essere il luogo dove si ripudia quella puzzolente grigliata texana a cielo aperto che è spacciata per cucina toscana. Ma forse questa è un’utopia, è troppo comodo continuare con la tagliata coperta di aceto balsamico, rucola e scaglie di parmigiano!

Se avesse il potere di far realizzare un unico desiderio dedicato al mondo vino, in particolare a Montalcino e al Brunello quale sarebbe?

Che tra mille anni il Brunello sia ancora grande e ancora se stesso.

La famiglia Colombini produce vino a Montalcino dal 1892; nel 1934, Giovanni Colombini – nonno di Stefano – aprì la prima enoteca d’Italia con prodotti locali, per poi trasformare nel 1949 la Fattoria nella prima cantina aperta alle visite, con una singolare lungimiranza su quello che sarebbe stato il futuro dell’enoturismo. Oggi la Fattoria dei Barbi offre ai suoi visitatori anche la possibilità di una sosta di gusto presso la Taverna dei Barbi, dove degustare il Brunello in accompagnamento ai formaggi del Caseificio dei Barbi e alle specialità della tradizione di famiglia.

Le radici della famiglia Colombini sono raccontate anche dalla cantina storica della Fattoria dotata di un caveau dove è custodita una collezione di vini dal 1870 e di Brunello dal 1892, una delle più antiche raccolte enoiche d’Italia con circa 90 mila bottiglie.

L’azienda conta 325 ettari tra Montalcino e la tenuta Aquilaia dei Barbi a Scansano (GR). Di questi oltre 86 sono coltivati a vigneto, poi oliveti, campi a seminativo e boschi. Le etichette in catalogo sono 14, per una produzione annua da 600 a 700 mila bottiglie (a seconda delle annate), che comprende il Brunello Docg – anche nella versione Riserva e selezione Vigna del Fiore, entrambe prodotte solo nelle migliori annate – il Rosso di Montalcino Doc, il Morellino di Scansano Docg, il Maremma Doc e Igt, tra cui il bianco Vermentino, il Rosso dei Barbi, il Birbone e il Brusco dei Barbi, per finire con il Vinsanto del Chianti Doc, le grappe e i Chianti e Chianti Classico Docg. Il nuovo arrivato in catalogo è il Senza Solfiti , nato da uve sangiovese di Montalcino e grazie a un progetto in collaborazione con l’Università di Pisa per produrre un vino con meno di 10 mg/l di solfiti. Adnkronos – Vendemmie