Roma – Tetti alle presenze, corsi d’italiano obbligatori per le famiglie e divieto di velo integrale nei plessi. Il dibattito sulla scuola si riaccende attorno alle proposte della premier Meloni sugli studenti stranieri. Ma qual è la reale situazione tra i banchi? Lo abbiamo chiesto a Maddalena Colombo, professoressa ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica e autrice con Mariagrazia Santagati del manuale ‘Nelle scuole plurali. Misure d’integrazione degli alunni stranieri’ (FrancoAngeli).
Professoressa Colombo, si parla introdurre un tetto per gli alunni stranieri per classe è una misura praticabile?
“In realtà quella norma esiste già dal 2010, stabilita dalla circolare ministeriale numero 2. Se nella pratica non viene fatta valere rigidamente è perché le scuole chiedono e ottengono la deroga. Senza, molti plessi, specialmente nei piccoli comuni segnati dalla denatalità e dallo spopolamento, dovrebbero semplicemente chiudere. Restringere questi argini non ha senso e rischia di ignorare il principio stesso dell’istituzione scolastica, che è rispondere ai bisogni del territorio”.
La motivazione è un’emergenza legata all’integrazione e al rendimento…
“Non c’è alcuna emergenza nei numeri. Nel 2010 la presenza di alunni non italiani cresceva a ritmi sostenuti, oggi parliamo di variazioni trascurabili. Ma soprattutto: di quali “stranieri” parliamo? Oltre due terzi degli studenti con cittadinanza non italiana sono nati nel nostro Paese. Bambini che parlano italiano, hanno fatto qui tutto il percorso di studi e frequentano i nostri atenei con ottimi risultati. Quelli arrivati di recente e con reali difficoltà linguistiche rappresentano una percentuale minima”.
Oltre due terzi degli studenti con cittadinanza non italiana sono nati nel nostro Paese
Cosa risponde a chi teme che la presenza di studenti non italofoni rallenti la didattica?
“Che la scuola di oggi non ragiona più per ’programmi’ rigidi, ma per obiettivi di competenza. Se in una classe si riscontra una criticità linguistica, la soluzione organizzativa non è la chiusura delle classi o la separazione degli alunni, ma l’impiego di risorse aggiuntive e potenziamenti mirati sull’italiano. Limitare l’accesso non risolve il problema didattico, lo sposta soltanto altrove”.
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Tra le proposte figurano anche l’obbligo di studio dell’italiano per i genitori e il divieto di velo integrale.
“Norme già presenti nell’ordinamento. Per il permesso di soggiorno di lungo periodo serve già un certificato A2 di italiano, e il volto coperto è già vietato in tutti gli uffici e spazi pubblici. Mi sembrano uscite sganciate dalla realtà, forse utili a spostare l’attenzione dai veri problemi della scuola, che soffre per la mancanza di investimenti ed è scossa da ben altre crisi educative e sociali. La scuola ha solo bisogno di essere sostenuta con docenti e strumenti, non usata come terreno di scontro ideologico”.
La scuola ha solo bisogno di essere sostenuta con docenti e strumenti
In sintesi, di cosa avrebbe davvero bisogno la scuola oggi?
“Di un ragionamento serio fatto con chi la scuola la vive ogni giorno: insegnanti, presidi e studenti. Servono finanziamenti, più docenti in cattedra e strumenti di supporto, non annunci d’impatto che alimentano tensioni su problemi inesistenti”.