Thomas Helveg: «Sono finito all’Inter e i tifosi urlavano “Guarda che hai cambiato maglia!”. Con Zaccheroni e Ancelotti uno spogliatoio fantastico»

Thomas Helveg ha ripercorso la sua carriera ricordando le esperienze in Italia con Udinese, Milan e Inter. Le dichiarazioni

Thomas Helveg – ex difensore di Udinese, Milan e Inter – è stato uno dei danesi che hanno lasciato un segno in Serie A. Impegnato nel calcio in patria, con La Gazzetta dello Sport ha aperto l’album dei suoi ricordi.

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TIFO «In Italia tifo per Udinese e Milan, ma il mio cuore batte per l’Odense. Sono cresciuto qui e ancora ci lavoro: sono responsabile dello scouting».

GALEONE «Le racconto questa: quando Galeone arrivò a Udine io ero in Nazionale. Un mio compagno, John Sivebæk, mi disse: “Tom, attento, quello è matto”. Lui lo aveva avuto a Pescara. Io, quindi, tornai a Udine un po’ impaurito. Invece, trovai una grande persona. Era sempre scherzoso, sì un po’ folle, ma simpaticissimo. In partitella in allenamento voleva sempre giocare. Si metteva in mezzo e pretendeva di impostare. Quante risate ci siamo fatti con il mister, mi manca».

ZACCHERONI «Mi porto dentro solo cose bellissime. Nel 1994 ho vinto il premio di danese dell’anno, poi con lui sono cresciuto tantissimo. Ricordo il primo allenamento. Ci disse: “Non dovete preoccuparvi se vi urlo, ma se vi ignoro”. Ed era vero. Mi prendeva da parte e mi mostrava dove stare in attacco e dove in difesa. E quanti assist ho fatto in quegli anni. Io crossavo e Bierhoff incornava…».

IL PRIMO GIORNO AL MILAN «Un sogno. Milanello è un’oasi felice, lontano da una città come Milano che va a duecento all’ora. Quando andai a firmare, non c’era nessuno. Mi ricordo che camminavo per questa struttura immensa e avevo lo sguardo di un bambino al Luna Park. Poi, invece, il primo giorno di ritiro mi accolse Paolo Maldini. Mi venne a prendere e e mi portò a bere un caffè. In mezz’ora mi spiegò cosa era il Milan e come bisognava comportarsi. Infine, se posso, vorrei citare un aspetto che per me è stato fondamentale. Sia Paolo che Weah, Costacurta e i tanti altri campioni presenti in quella rosa mi hanno insegnato il valore del lavoro. E io ero uno che dava tutto. Ma sa… Loro erano dei campionissimi, eppure in allenamento non mollavano un centimetro. È stata una grande lezione».

CHI L’HA STUPITO «Boban. Non so descrivere a parole quello che faceva con il pallone. Era un mago».

IL SEGRETO DI QUEL GRUPPO «Prima con Zac – che mi aveva portato lì da Udine e che non smetterò mai di ringraziare – poi con Carlo Ancelotti avevamo uno spogliatoio fantastico. Stavamo davvero bene insieme, in campo e fuori».

BERLUSCONI «Mi definì un leone sordo… E non ho mai capito perché. Tornavamo da una trasferta e io non avevo fatto una grande partita, ma non pensavo di meritare un appellativo del genere. In diretta nazionale poi. Dopo qualche giorno mi chiamò per dirmi che non aveva detto niente di simile, ma non gli ho tanto creduto. Penso che non mi apprezzasse particolarmente. In più, sono sempre stato uno che ha scelto di mantenere una debita distanza: lui era il presidente, io un giocatore. Non era obbligatorio avere un rapporto. Per quell’uscita un po’ infelice ci rimasi un po’ male, ma pazienza…».

ALL’INTER SI É SENTITO UN INFILTRATO «No. E i milanisti lo sanno. In estate, subito dopo il mio trasferimento, giocammo il Trofeo Tim. I tifosi rossoneri mi dedicarono un coro e tanti applausi, sapevano che ero stato una pedina di uno scambio e che non avevo avuto voce in capitolo. Io sarei voluto restare a vita, altroché. Una volta, in ritiro, un paio di tifosi nerazzurri ci scherzarono su: “Helveg, guarda che ora la maglia è cambiata”. Ma io mi sono sempre impegnato, nonostante avessi il Milan nel cuore».

LA BICI «Pedalare mi rende felice. Quando non penso al calcio, esco in bici e mi perdo tra le montagne. Con Martin Jorgensen, mio grande amico ed ex compagno a Udine, organizziamo pedalate di beneficenza per raccogliere fondi contro la sclerosi multipla. Aderiscono moltissime persone».