Oggi, per la nostra rubrica Ti consiglio un film, voglio parlarvi di Noi, un po’ meglio, arrivato da pochi giorni su Netflix. Un film con Elio Germano e Maria Chiara Giannetta che mi ha lasciato addosso una sensazione particolare. Quella che si prova quando una storia raccontata sullo schermo finisce per farti pensare alla tua vita, alle persone che ami, alle cose che dai per scontate.
Non aspettatevi grandi colpi di scena o una storia d’amore costruita per farci sognare a tutti i costi. Qui ci sono due persone normali, con le loro contraddizioni, le paure, i silenzi e quella difficoltà, così comune nelle relazioni, di riuscire a spiegare all’altro quello che si prova davvero.
E ci sono due interpretazioni che funzionano molto bene. Elio Germano e Maria Chiara Giannetta riescono a rendere credibile una coppia anche nei momenti meno romantici, quelli in cui ci si ferisce senza volerlo, si parla senza ascoltare e si finisce per discutere di qualcosa che, in realtà, nasconde molto altro.
Di cosa parla Noi, un po’ meglio
Al centro della storia ci sono Simone e Lucia, una coppia che sta insieme da quattro anni e che si trova ad affrontare un passaggio importante: la possibilità di adottare un bambino. Lucia che sa da sempre di essere sterile, non vuole avere figli mentre Simone, un giorno per caso, le propone di adottare un bambino…E da qui tutto cambia.
Un desiderio che porta con sé entusiasmo, aspettative, ma anche domande difficili. Perché volere un figlio non significa necessariamente immaginare la genitorialità nello stesso modo. E perché, quando un progetto così grande entra nella vita di una coppia, può far emergere differenze che fino a quel momento erano rimaste nascoste. Lucia si rende conto, forse anche in questo caso per uno strano gioco del destino, quando rischia di perdere Simone, che anche lei vuole diventare mamma.
Il percorso verso l’adozione diventa così anche un percorso dentro la loro relazione. Simone e Lucia devono confrontarsi con quello che sono, con quello che desiderano e con l’idea che ciascuno si è costruito dell’altro.
La storia procede con naturalezza, alternando momenti leggeri ad altri più intensi. Si sorride, a volte ci si irrita davanti alle reazioni dei protagonisti, altre volte si vorrebbe quasi entrare nello schermo per suggerire loro le parole giuste.
Ma le parole giuste, nella vita, non arrivano sempre quando servono.
Quanto conosciamo davvero la persona che abbiamo accanto?
C’è una scena di Noi, un po’ meglio, che mi ha colpito più delle altre. Simone deve descrivere Lucia. La donna con cui sta da quattro anni, quella con cui ha condiviso giornate, abitudini, progetti, probabilmente migliaia di conversazioni. Dovrebbe essere una cosa semplice.
Invece si rende conto di non riuscire ad andare davvero in profondità. Scrive un temino molto elementare, raccontando tutto quello che Lucia non è, giustificandosi poi con il fatto che volesse colpire l’assistente sociale.
Ho continuato a pensare a questa scena anche dopo la fine del film.
Quattro anni insieme. Eppure, quando qualcuno ti chiede di raccontare chi sia davvero la persona che ami, scopri che non è così facile.
Conoscere qualcuno significa sapere cosa gli piace mangiare? Quali sono le sue abitudini? Che cosa lo fa arrabbiare? Come reagisce quando è stanco o quando ha avuto una brutta giornata? Sono tutte cose che impariamo vivendo insieme. A un certo punto ci sembra persino di poter prevedere ogni gesto, ogni risposta.
Ma poi ci sono i pensieri che l’altro non condivide, le paure che tiene per sé, i desideri che magari non sa ancora esprimere. Ci sono parti della sua vita interiore che non conosciamo perché non abbiamo mai fatto le domande giuste. O perché, dopo tanto tempo, abbiamo smesso di farne.
Ci abituiamo alla presenza di una persona e confondiamo quella familiarità con la conoscenza.
Non credo che Simone non conosca Lucia perché non la ami abbastanza. Credo che le voglia bene, che la ami sinceramente, ma che a un certo punto abbia smesso di essere curioso di lei.
E questa cosa mi sembra terribilmente umana.
All’inizio di una relazione vogliamo sapere tutto. Facciamo domande, ascoltiamo storie, cerchiamo di capire ogni sfumatura. Poi arrivano la quotidianità, il lavoro, gli impegni, le piccole discussioni. Pensiamo di conoscere già tutte le risposte.
Intanto la persona che abbiamo accanto continua a cambiare. Come cambiamo noi.
Simone comincia a comprendere Lucia in modo diverso soltanto quando rischia di perderla. Quando quella presenza così familiare non è più una certezza, quando deve fare i conti con tutto quello che non aveva capito.
E mi sono chiesta quante volte succeda anche nella vita vera. Quante volte ci accorgiamo di non aver ascoltato abbastanza soltanto quando qualcuno smette di parlarci.
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Il finale di Noi, un po’ meglio: due persone che scelgono di esserci
Attenzione: da questo punto l’articolo contiene anticipazioni sul finale del film.
C’è un altro momento che ho trovato particolarmente significativo. Ed è il finale. Simone e Lucia si sono allontanati. Non si sentono più, la loro relazione sembra essersi interrotta e tutto quello che avevano immaginato insieme appare ormai lontano.
Poi arriva il giorno della convocazione per l’adozione. E si presentano entrambi. Mi piace pensare a quello che può essere passato per la testa di ciascuno prima di quell’appuntamento. Alla possibilità di trovare l’altro, ma anche alla paura di non vederlo arrivare. Al dubbio se presentarsi oppure no.
Non si erano più sentiti. Non avevano concordato di andare insieme. Eppure erano lì. Questa scelta mi ha emozionato più di una grande dichiarazione d’amore.
Perché entrambi, nonostante tutto, avevano continuato a custodire quel desiderio. Il progetto di diventare genitori non era scomparso insieme alla loro relazione.
E mi piace soprattutto pensare a Simone. Durante il film ci si può domandare quanto il desiderio di adottare un bambino sia davvero suo e quanto, invece, nasca dall’amore per Lucia, dal tentativo di renderla felice, di condividere qualcosa che per lei è così importante.
Ma quel giorno Simone si presenta. Non sa se Lucia sarà lì. Non ha la certezza che la loro storia possa ricominciare. Eppure sceglie di andare.
In quel gesto io ho letto qualcosa di diverso. Ho visto un uomo che, attraversando la crisi, ha avuto il tempo di capire meglio non soltanto la donna che ama, ma anche se stesso. Un uomo che forse ha scoperto di desiderare davvero quella famiglia.
Anche Lucia è lì. E viene naturale immaginare che, oltre al desiderio di diventare madre, abbia conservato la speranza di ritrovare Simone.
Non sappiamo esattamente che cosa abbiano pensato prima di entrare. Il film ci lascia la libertà di immaginarlo. A me piace credere che entrambi sperassero di incontrarsi.
Un amore che non ha bisogno di diventare perfetto Una delle cose che ho apprezzato maggiormente di Noi, un po’ meglio è che Simone e Lucia non sono due personaggi perfetti. Hanno difficoltà a capirsi, commettono errori, si feriscono. Ci sono momenti in cui è più facile comprendere le ragioni di uno e altri in cui ci si ritrova dalla parte dell’altro.
Ed è giusto così.
Nelle relazioni non c’è sempre qualcuno che ha ragione e qualcuno che ha torto. A volte ci sono due persone che si amano, ma che non riescono a trovare il modo di incontrarsi nello stesso punto.
Mi è piaciuto anche il modo in cui il film affronta il tema dell’adozione. Senza trasformarlo in un pretesto per commuovere a tutti i costi. La scelta di diventare genitori viene raccontata attraverso le emozioni e le incertezze di chi si prepara ad accogliere un bambino, senza pretendere di esaurire tutte le complessità di un percorso così delicato.
E poi c’è il titolo.
Noi, un po’ meglio. Non noi perfetti. Non noi finalmente felici per sempre. Soltanto noi, un po’ meglio di prima.
Mi piace questa misura. Mi piace l’idea che una relazione possa attraversare una crisi e lasciare qualcosa a entrambi, anche quando fa male. Che si possa imparare ad ascoltare, a riconoscere i propri limiti, a guardare la persona amata senza pretendere che rimanga identica a quella conosciuta anni prima.

Perché vi consiglio Noi, un po’ meglio su Netflix
Vi consiglio questo film perché è una storia nella quale è facile riconoscere qualcosa di sé. Non necessariamente il desiderio di adottare un bambino, non necessariamente una crisi di coppia. Magari soltanto quella sensazione di aver dato per scontata una persona. Di non averle chiesto come stesse davvero. Di aver pensato che, siccome era sempre lì, sarebbe rimasta lì per sempre.
Elio Germano e Maria Chiara Giannetta sono bravi soprattutto a raccontare tutto quello che i loro personaggi non riescono a dire. Uno sguardo, un’esitazione, una risposta sbagliata al momento sbagliato. La loro complicità rende la storia credibile, anche quando i protagonisti prendono decisioni che non condividiamo.
Non è un film che offre soluzioni semplici. E il finale, per quanto emozionante, non cancella le difficoltà che Simone e Lucia hanno attraversato.
Ma mi ha lasciato una sensazione di speranza.
Ho ripensato soprattutto a quell’appuntamento per l’adozione. A due persone che non si parlano più e che, senza essersi date appuntamento, arrivano nello stesso posto, nello stesso giorno, portando ancora dentro di sé un progetto comune.
E ho ripensato a Simone che, all’inizio, non riusciva a descrivere davvero Lucia.
Forse, dopo tutto quello che hanno vissuto, saprebbe trovare parole diverse. Forse avrebbe ancora difficoltà. Ma mi piace immaginare che adesso saprebbe ascoltare anche le risposte che non si aspetta.
Perché conoscere davvero qualcuno non significa sapere tutto di lui. Significa non smettere di volerlo conoscere.
E se dopo aver visto Noi, un po’ meglio vi verrà voglia di fare una domanda in più alla persona che avete accanto, di ascoltarla con un po’ più di attenzione, di chiederle che cosa desidera oggi, anche se pensate di conoscere già la risposta, allora avrete portato qualcosa di questo film nella vostra vita.
E a me sembra un ottimo motivo per consigliarvelo.
L’articolo Ti consiglio un film: Noi, un po’ meglio la commedia che non è mai banale proviene da Ultime Notizie Flash.