Usa-Iran, l’analista: c’è chi vuole i raid. “Il Golfo è molto diviso. Pesa il nodo di Israele”

Roma, 24 maggio 2026 – Una regione importante, ma senza una linea comune in politica estera. Maria Luisa Fantappiè, responsabile del programma Mediterraneo, Medio Oriente e Africa dell’Istituto Affari Internazionali, ha spiegato come i Paesi del Golfo stanno gestendo il conflitto con l’Iran. Proprio lo IAI, nei giorni scorsi ha ospitato una conversazione a porte chiuse con Mohamed bin Abdulaziz Al-Khulaifi, il ministro incaricato della Mediazione in Qatar, che aveva ipotizzato un possibile spiraglio negoziale.

Fantappiè, in che modo i Paesi del Golfo stanno cercando di trasformare il loro peso economico e diplomatico in influenza concreta sui negoziati regionali?

“Non tutti i Paesi del Golfo hanno lo stesso ruolo. Qatar e Oman, per esempio, hanno una lunga tradizione come mediatori regionali. In questa crisi, più che una vera mediazione diretta, si è vista un’azione di persuasione soprattutto nei confronti degli Stati Uniti. Qatar, Arabia Saudita e probabilmente anche Oman hanno lavorato per dissuadere Washington da una nuova escalation contro l’Iran. Parallelamente, però, gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto una linea molto più dura, spingendo per aumentare la pressione americana su Teheran e mostrando una posizione più vicina a quella israeliana. Questo dimostra che nel Golfo non esiste una linea comune”.


Come mai esistono differenze così marcate?

“Perché il Consiglio di Cooperazione del Golfo non è mai stato davvero compatto sul piano della politica estera. Ogni Paese ha rapporti diversi con l’Iran e strategie regionali differenti. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, sono stati tra i più colpiti dagli attacchi legati al conflitto e vedono Teheran come una minaccia diretta. Arabia Saudita e Qatar, invece, ritengono che sia necessario trovare una forma di coesistenza con l’Iran, anche perché la geografia della regione non può essere cambiata. Inoltre, gli Emirati, insieme al Bahrain, hanno normalizzato i rapporti con Israele e questo li colloca in una posizione diversa e più esposta”.

Quanto pesa il nodo Israele nei rapporti tra i Paesi del Golfo?

“Pesa moltissimo. La guerra ha sostanzialmente congelato il processo di normalizzazione tra Israele e alcuni Paesi arabi, soprattutto con l’Arabia Saudita. Tuttavia le monarchie del Golfo non sembrano intenzionate a chiudere definitivamente la porta a Israele. La posizione prevalente è che questa sia una guerra che non hanno voluto e dalla quale cercano soprattutto di proteggersi. Per questo molti Paesi del Golfo stanno cercando nuove alleanze regionali, ad esempio con Turchia e Pakistan, e stanno guardando con crescente interesse anche ai Paesi mediterranei europei per rafforzare reti commerciali e infrastrutturali alternative”.

Gli Stati Uniti rischiano di perdere terreno nella regione a causa del loro stretto allineamento con Israele?

“Nel breve periodo no, perché i Paesi del Golfo restano ancora fortemente dipendenti dagli Stati Uniti sul piano militare e strategico. Tuttavia, stanno cercando di diversificare le proprie alleanze e di rafforzare le proprie capacità autonome di difesa. È però un processo molto lungo. Anche i leader del Golfo più critici verso Israele sanno che, prima o poi, dovranno trovare una forma di coesistenza con lo Stato israeliano, considerato ormai una potenza regionale impossibile da escludere dagli equilibri mediorientali. Sarà importante, a questo riguardo, anche l’esito delle prossime elezioni, che potrebbero portare a una nuova coalizione”.