Vigevano (Pavia), dal nostro inviato – Fare soldi, per fare soldi, per fare soldi, scriveva Giorgio Bocca nel 1962, calato a Vigevano su mandato del direttore del Giorno Italo Pietra per dar voce alla provincia italiana. Un capolavoro per raccontare un miracolo, quello economico italiano. Dimenticate tutto: quella Vigevano non esiste più, e nessuno qui nella periferia del profondo Nord crede più ai miracoli né, verrebbe da dire, ha troppe certezze: chi gliele dà, parlando alla pancia di una provincia dove ormai regnano rabbia e frustrazione, anche e forse soprattutto con chi viene da fuori, viene premiato alle urne.
Comunque la si giri, è così. La Lega ci ha campato alla grande vent’anni, salvo poi finire con un testacoda: l’ultima sbandata la decisione di candidare due islamici, Ibrahim Hussein, portavoce storico della comunità musulmana, e Hagar Haggag, studentessa di scienze politiche. L’idea pare fosse quella di attirare simpatie da quell’elettorato, salvo incassare strali (quasi immediati) da Salvini e dilapidare uno strapotere elettorale che andava avanti da due decenni: i ’santini’ elettorali in arabo con invocazioni ad Allah accanto ad Alberto da Giussano non hanno evidentemente aiutato.
“Cosa ci ha premiati? Certamente la coerenza”, spiega un galvanizzato Furio Suvilla – vecchia volpe della politica locale, transitato dal Carroccio per poi allontanarsene – che ha incassato i complimenti del generale per quel 14% epocale preso alle comunali già diventato una pietra miliare per i vannacciani d’Italia: “Qui faremo da apripista per Futuro Nazionale che alle politiche non sarà certamente al 4%”, vaticina. Dice coerenza, intende candidature. Quelle due candidature. In piazza Ducale ne parlano tutti: c’è chi ride, chi si arrabbia. Qui servono certezze. Punto. “La Lega in quel modo si è snaturata, sembrava uno scherzo vedere certi nomi.
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Vannacci, invece, ha un messaggio chiaro” dice senza girarci attorno Piero Pizzi, influencer sulle cose locali con un attivissimo gruppo Facebook, ’Vigevano prima di tutto’ e oggi vicino alla civica che sostiene il candidato forzista. Del resto lui, che è erede di una dinastia di industriali del calzaturiero e ai tempi d’oro il padre era uno dei pochi ad avere una Ferrari in città, qui conosce un po’ tutti: “La gente è incazzata: finita la manifattura con gli Anni ’90, non c’è stato alcun ricambio. Siamo razzisti? Non più che da altre parti… anzi, direi proprio di no”.
Che l’aria stesse girando lo hanno capito tutti il 17 maggio, quando il generale aveva riempito piazza Ducale con una folla che non si vedeva da anni: “C’erano tantissimi giovani, mi ha impressionato”, dice un padre di famiglia. Che il problema della gente sia la sicurezza percepita per strada è parere comune: “Piazza Ducale la notte è deserta, ci sono solo loro, non c’è un vigevanese”, gli fa eco un altro. Lì vicino c’è un Conad: “Di notte è off-limits”.
A pesare sul risultato ci sono poi cinque anni tribolati con l’uscente Andrea Ceffa, finito per sei mesi ai domiciliari ma ostinatamente attaccato allo scranno fino alla fine, dissidi interni al Carroccio che hanno portato la sezione della confinante Gravellona Lomellina (2.700 abitanti) a crescere grazie agli esuli di Vigevano tanto da tallonare Pavia nel numero di militanti, e un candidato, Ghia, dai più definito “una brava persona”, che però sui manifesti ancora visibili vagheggiava di cassonetti elettronici in strada come primo obiettivo da realizzare da sindaco.
La gente è incazzata: finita la manifattura con gli Anni ’90, non c’è stato alcun ricambio
In compenso il sindaco lo farà qualcun altro e il Carroccio pavese è stato commissariato e messo nelle mani del vicepresidente del Senato, Gian Marco Centinaio, l’usato garantito della Lega pavese (detestata in Lomellina), dopo una débâcle che via Bellerio cerca di tamponare prima che si trasformi in una valanga: “È mancato l’ascolto del territorio” spiega, tanto per cambiare, il neo-commissario, sbeffeggiato quasi in diretta da Vannacci: “Alle Centinaia preferiamo le Decime. Sempre”, scrive sui social. Unica consolazione per la Lega a Vigevano il fatto che la sede non sia più da un anno in via della Madonna dei sette dolori, quella inaugurata dalla buonanima di Bossi, altrimenti, oggi, le battute si sprecherebbero. Nemmeno l’alleanza con FdI ha portato il candidato Ghia al ballottaggio, ma comunque la si giri la rabbia di questa provincia è di destra: fossero andati insieme sarebbe stato un plebiscito.
Se la città delle scarpe non c’è più, è sparita anche quella della fabbriche e del benessere: il calzaturiero conta poche centinaia di addetti, la Moreschi, ultimo marchio storico, si è arreso un paio di anni fa per delocalizzare. Da quindici anni il territorio è tra i più in difficoltà della Lombardia, con il 40% della popolazione a rischio povertà e l’altra metà costretta a fare il pendolare, o sulla Milano-Mortara, la linea ferroviaria con il record di ritardi in Regione che sposta però 21mila persone al giorno; oppure su asfalto, con il primo casello autostradale a venti chilometri, a Gropello Cairoli, e una viabilità vecchia di decenni, zeppa di progetti mancati.
Il saldo demografico è invece positivo, ma solo grazie all’immigrazione: 10mila gli stranieri (in primis egiziani e albanesi), su un totale di 60mila abitanti. Non ci sono cinema, gli hotel qualcuno – “uno è gestito da cinesi”, precisa un operatore –, malgrado il turismo venga spesso evocato come un’opportunità di rilancio. Le risaie tutto attorno alla città piene zeppe di Ibis sacri, i parenti delle cicogne, venuti ironia del destino dal Maghreb per fare strage di anfibi e pesci e conquistarsi in volata il titolo di specie esotica invasiva.
Il saldo demografico è positivo solo grazie all’immigrazione: 10mila gli stranieri su 60mila abitanti
Se Giorgio Bocca di librerie non ne aveva trovata nemmeno una, oggi Feltrinelli e Ubik si fronteggiano in piazza Ducale, dove il Castello di Ludovico il Moro resta per metà da sistemare, e un’altra, proprio lì dietro, la Sant’Ambrogio, sta davanti al parcheggio che ha fornito a Sempio un alibi solido per anni, prima che questo franasse come mille altre certezze: in vetrina un volume dal titolo evocativo: ’La fortuna di essere irrilevanti’ del teologo Armando Matteo. La Lega, di certo, dissentirebbe.