C’era un’Italia che guardava Blob alle 23.00 su Rai 3. Che aspettava Samarcanda o Profondo Nord. Che discuteva se guardare Vespa o Costanzo e che teneva accesa la televisione fino all’una di notte per vedere l’ultimo film, quello che non avrebbe mai trovato nel palinsesto diurno, o per sentire qualcuno parlare senza il filtro della prima serata.
Quelli della notte
Renzo Arbore ci scherzò con la sua Vengo dopo il TG. Conquistando uno dei più grandi successi televisivi di sempre proprio con lo stralunato Quelli della Notte, tra personaggi improbabili e quiz surreali.
Ma il pubblico televisivo che nasce negli anni ’80 e si definisce nei venti anni a seguire è un pubblico di nottambuli: al quale il palinsesto si adatta, allungando i programmi per poi inventarsi addirittura il palinsesto notturno.
La seconda serata televisiva era un territorio specifico, con un pubblico specifico e una funzione precisa: raggiungere chi non si addormenta presto, chi cerca qualcosa di diverso, chi ha già digerito l’offerta principale.
Oggi quella funzione è stata assorbita da altro. YouTube, i podcast, i contenuti verticali sui social, le piattaforme streaming con i loro consigli algoritmici: tutto ciò che la seconda serata faceva — sorprendere, approfondire, intrattenere in modo non convenzionale — viene fatto meglio, più comodamente e su misura da un ecosistema digitale che non ha orari.
Cosa è rimasto della seconda serata
Quello che è rimasto nei palinsesti generalisti della seconda serata italiana è quasi sempre una sorta di avanzo, se non di scarto, della prima: repliche, film di secondo piano, talk show che nessuno ha voluto in prima serata. Le eccezioni esistono — alcune trasmissioni notturne di Rai 3 mantengono una certa dignità editoriale — ma sono eccezioni, non la regola. La logica del palinsesto generalista è ormai quella di minimizzare i costi nelle fasce non presidiate dai grandi ascolti, non quella di costruire un’identità per quelle ore.
Il dato Nielsen lo conferma: la quota di spettatori della televisione lineare tra le 23.30 e l’una di notte è in calo costante da anni, in modo e con un picco più rapido di qualsiasi altra fascia oraria. Chi era nel pubblico della seconda serata è diventato parte dell’audience di podcast serali, playlist YouTube, serie su Netflix che si guardano un episodio alla volta prima di andare dormire.
Il podcast come erede naturale
C’è un formato che ha ereditato meglio di qualsiasi altro la funzione della seconda serata televisiva: il podcast. L’ascolto serale — spesso con gli auricolari, spesso a letto — è la modalità di fruizione più diffusa tra gli utenti di podcast in Italia. Il contenuto è lungo, approfondito, spesso senza immagini. È esattamente ciò che la seconda serata televisiva più ambiziosa cercava di fare: creare uno spazio di ascolto profondo in un momento della giornata in cui il pubblico è meno distratto e più disponibile a seguire.
Stefano Nazzi con Indagini, Pablo Trincia con Veleno, i podcast di approfondimento del Post: tutti hanno costruito un pubblico serale e notturno che non guarda più la televisione in quella fascia. Non perché la televisione abbia smesso di esistere, ma perché ha smesso di offrire quello che cercavano.
Cosa dovrebbe imparare la TV
La risposta più ovvia — produrre contenuti di qualità per la seconda serata — è anche la più costosa e la meno immediata in termini di ritorno economico.
Gli ascolti della seconda serata non giustificano investimenti paragonabili alla prima. Ma il problema è che il pubblico che si è spostato sui podcast e su YouTube non è necessariamente perduto per sempre: è un pubblico che sa quello che vuole e va a cercarlo. Se la televisione smette di costruire un’identità notturna, smette anche di essere un punto di riferimento per quell’audience. E un’audience perduta di notte tende a essere persa anche di giorno.