Rimini, 22 agosto 2026 – L’ora della responsabilità. Davanti alla platea del 47° Meeting dell’Amicizia fra i Popoli Papa Leone XIV (qui le foto della giornata a Rimini e San Marino) rievoca il celebre radiomessaggio di Pio XII del 1939 in cui il Santo Padre di allora ricordava ai potenti come con la pace nulla vada perduto, mentre tutto si possa smarrire con la guerra. Quasi novanta anni fa fu l’invasione della Polonia a dare il via ad un conflitto mondiale, oggi le aggressioni non mancano dalle più rumorose che riguardano l’Ucraina e il Medio Oriente, alle più silenziose come quella che sta affamando i civili etiopi in Tigray e di cui nessuno parla.
Le inquietudini di Papa Leone
Non è un caso che Prevost condivida le sue inquietudini nell’appuntamento annuale organizzato da Comunione e Liberazione. Per entrambi Sant’Agostino è una figura centrale soprattutto negli insegnamenti dove il dottore della Chiesa sostiene come per raggiungere la felicità vera e piena l’uomo non possa accontentarsi del successo e dei beni terreni. In questo contesto diventa naturale parlare di pace e parlare di futuro: lo fece nel 1982 papa Giovanni Paolo II quando si era nel pieno della guerra fredda, lo ha fatto ieri l’attuale pontefice in un clima decisamente più incandescente.
“Oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi”
Mettersi in gioco azzerando le bandiere è il primo compito che il Santo Padre non affida solo ai ciellini, ma a tutti i fedeli: “Oggi la pace è custodita e diffusa da persone che amano incontrarsi e non temono di confrontarsi. Riconoscendoci, infatti, nella dignità di figli di Dio, veniamo a contatto con ciò che accomuna originariamente gli esseri umani, al di là di ogni diversità, separazione o conflitto. Possiamo immedesimarci l’uno nell’altro, ascoltarci e diventare amici, tra persone e quindi anche tra popoli. Prima di confini, definizioni e istituzioni ci sono sempre le persone”.
“Dobbiamo liberare la tecnologia e la finanza dai business della morte”
Questo identificarsi come diversi, ma comunque con pari diritti, ha un secondo effetto. L’uomo non può affidarsi alla tecnologia e all’intelligenza artificiale con i suoi algoritmi se da questi strumenti arrivano soluzioni che generano dinamiche di sfruttamento. “Dobbiamo liberare la convivenza dal sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto, la tecnologia e la finanza dai business della morte. Smascheriamo i rapporti di potere ingiusti, alla radice di povertà e diseguaglianze, della guerra e dei disastri ambientali. Disarmiamo lo sviluppo tecnologico quando si fa pervasivo e distruttivo”.
“Il male non si combatte col male”
Occorrono “pionieri coraggiosi” che abbandonino la logica dell’occhio per occhio e del dente per dente e che abbiano la forza di proporre un mondo basato sulla giustizia, ricordando che questa è il grado minimo della misericordia. “Seguire Gesù Cristo dopo le tragedie e le ripartenze del XX secolo implica una lucida consapevolezza: il male non si combatte col male. Al falso realismo, che riarma le menti, le parole e le nazioni, la cultura cattolica ha oggi da opporre il realismo della misericordia, per il quale non possono esistere nemici e tutti, anche gli avversari, sono fratelli e sorelle da guardare negli occhi e incontrare nella verità”.
“Questa è l’ora della responsabilità”
Trovandosi quasi in famiglia Prevost traccia anche la linea programmatica ad un movimento che si è dimostrato molto legato al Romano Pontefice e che, seguendo le indicazioni di papa Francesco, ha saputo non chiudersi in sé stesso rimanendo inclusivo. “Cari amici, questa è l’ora della responsabilità. Le diverse edizioni del Meeting hanno saputo attingere al grande patrimonio del passato le ragioni che vi impegnano oggi nel confronto con ogni espressione dell’animo umano. Il titolo scelto per questa edizione, tratto dall’ultimo verso della Divina Commedia, ci sospinge verso la storia di cui Dio è Signore. ’L’amor che move il sole e l’altre stelle’ non è scomparso, non ha perso vigore, né intensità, sebbene sia un amore che rimane volentieri silenzioso, a differenza delle forze rumorose che sconvolgono la terra”.
“Sinodalità è la natura di un popolo che nell’amicizia avverte di appartenere a Dio solo”
In una realtà in cui ciò che divide è diventato più importante di ciò che unisce, la Chiesa sta cercando di andare controcorrente attraverso la Sinodalità, un cammino che richiede l’impegno di tutti i fedeli. L’ultimo pensiero del pontefice si concentra proprio su un percorso che segue lo spirito del Concilio Vaticano II. “Sinodalità non è il nome di un processo – ha concluso papa Leone -, ma la natura di un popolo che nell’amicizia e nell’incontro con l’altro avverte di appartenere a Dio solo. Allora l’autorità si converte in servizio, che onora le diversità e ne facilita l’armonia. Questo stile costituisce in quest’epoca travagliata un vero e proprio segno dei tempi”.
L’ultima nota va strappata al colore. Sentendosi davvero a casa, papa Leone si è dilungato nei saluti creando un piccolo ritardo nella tabella di marcia.