“Tassate i petrolieri”: lettera all’Ue di Italia e altri 5 Paesi. E il gasolio tocca nuovi record

Roma, 23 agosto 2026 – Il principio, prima ancora dei miliardi che potrebbe produrre, è politico: il costo del nuovo choc petrolifero non può essere scaricato solo su famiglie, imprese e bilanci pubblici. Italia e Germania, con Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, chiedono per questo all’Ue di costruire un quadro comune per tassare gli extraprofitti delle compagnie petrolifere, cresciuti con la guerra in Medio Oriente e le tensioni sull’offerta di greggio. Nella lettera inviata alla presidenza irlandese dell’Ue, che i sei governi vogliono portare al prossimo Ecofin, c’è una frase che fotografa il cuore della questione: «Le compagnie petrolifere stanno godendo di una redditività complessiva e di margini sui prodotti raffinati che superano l’aumento dei prezzi del petrolio greggio». E ancora: «Stiamo vivendo uno dei più grandi choc dell’offerta degli ultimi decenni e in tutto il mondo cresce il malcontento per l’aumento del costo della vita».

Non è, dunque, soltanto una proposta fiscale. È un tentativo di decidere chi debba pagare il conto della crisi energetica. Il ministro tedesco delle Finanze Lars Klingbeil, promotore dell’iniziativa, sostiene che le compagnie non possano «sfruttare» i consumatori e che gli utili eccezionali prodotti dalla crisi debbano, almeno in parte, «essere restituiti ai consumatori». Il modello a cui guardano i sei Paesi è l’intervento adottato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, correggendone però limiti e difficoltà applicative.

La strada europea resta tutt’altro che semplice. La Commissione non ha finora indicato l’intenzione di procedere con una nuova tassa e persino a Berlino il governo è diviso: Klingbeil e la Spd sono favorevoli, mentre la Cdu del cancelliere Friedrich Merz è contraria. Ma per Roma la questione ha una rilevanza immediata, perché incrocia direttamente il dossier dei carburanti. Il prezzo alla pompa continua, infatti, a salire proprio mentre si avvicina la scadenza dello sconto di 17 centesimi sul gasolio.

Il nodo non riguarda solo qualche euro in più per un pieno. Benzina e diesel sono una delle cinghie di trasmissione più rapide dell’inflazione: incidono direttamente sulle famiglie e indirettamente sui costi di trasporto, distribuzione, agricoltura, produzione e servizi. Quando aumenta il carburante, una parte della spinta finisce inevitabilmente nei prezzi. Da qui il dilemma del governo. Prolungare gli sconti sulle accise significa impegnare nuove risorse pubbliche; lasciarli decadere significa rischiare di trasferire alla pompa un ulteriore aumento proprio mentre il potere d’acquisto resta il punto più sensibile per milioni di famiglie. L’alternativa è utilizzare l’accisa mobile e l’extragettito Iva prodotto dai maggiori prezzi, ma anche questo strumento ha dei limiti. È in questo spazio che acquista significato la proposta sugli extraprofitti.

Naturalmente una tassa europea non può risolvere il problema del 25 agosto: servirebbero un accordo tra gli Stati, la definizione della base imponibile, dell’aliquota e soprattutto della destinazione delle entrate. Ma introduce un principio destinato ad accompagnare il confronto dei prossimi mesi: non si può chiedere ai bilanci pubblici di sterilizzare indefinitamente gli effetti delle crisi energetiche mentre una parte della filiera accumula profitti straordinari. Ed è in questo ambito che carburanti e accise finiscono per entrare nella prossima manovra. Il governo vuole concentrare la legge di bilancio sulla difesa del reddito disponibile: FdI propone di estendere fino a 60 mila euro l’aliquota Irpef del 33%, con un beneficio massimo di circa mille euro, e rilancia la tassazione agevolata della tredicesima, con vantaggi potenziali tra 200 e 500 euro. Ma ridurre l’Irpef serve poco se una nuova fiammata energetica assorbe una parte del beneficio. E gli aumenti salariali nominali rischiano di restare insufficienti se vengono inseguiti dall’inflazione.