Sebastiano Nata e i cinque verbi della salvezza

In questo periodo storico quasi tutto sembra avere un prezzo: il tempo, i sogni, le idee, il corpo. Il valore delle cose viene spesso misurato dalla loro capacità di produrre risultati e, di conseguenza, denaro. Anche la cultura, purtroppo, non fa eccezione: prima di tutto un libro deve funzionare per la vendita, un film deve incassare, una canzone deve produrre profitto. Esercizi di salvezza (Frassinelli), il nuovo romanzo di Sebastiano Nata, ospite de Il Piacere della lettura, parte da questa frattura e da una domanda: che cosa succede quando, dietro la corsa alla massimizzazione del profitto, rimane una persona che non sa più perché sta correndo? In questo romanzo si mettono a confronto ambizione, senso della vita, ego, cura dell’altro, successo e felicità.

Tutto ruota intorno a Gabriele, uno scrittore maturo che improvvisamente si trova senza più punti di riferimento: la compagna lo ha lasciato e il suo ultimo romanzo è stato giudicato “leggerino” – un aggettivo che pesa come una sentenza. Gabriele si trova davanti al fallimento totale. Il romanzo diventa così un viaggio da “un ego ferito verso un allontanamento dall’ego, un avvicinamento all’anima”, spiega Nata nell’intervista.

Nelle pagine, però, non c’è solo crisi, ma uno sguardo al di là del sé, che si sposta verso altre anime. La salvezza, suggerisce Nata, non può essere soltanto personale: può passare dalla spiritualità, ma anche dalla capacità di prendersi cura degli altri e di guardare alle disuguaglianze.

Il bersaglio più evidente è appunto la “massimizzazione del profitto”, considerato il diavolo della società contemporanea. Nata distingue il profitto, che non ritiene negativo in sé, dalla sua esasperazione: trasformare ogni attività economica in una gara al massimo rendimento è una logica che finisce per alimentare le disuguaglianze e per trasformare gli esseri umani in concorrenti. “La cosa migliore sarebbe avere un certo successo nella vita e rendersi conto che non è quello l’importante”, osserva.

La copertina del libro di Sebastiano Nata

Anche la spiritualità ha molto peso nel romanzo. Già il titolo richiama gli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, che Gabriele affronta attraverso il silenzio, la preghiera e l’ascolto. La fede diventa quindi un confronto con se stessi, un incontro con qualcosa che non si può controllare.

Il percorso di Gabriele viene scandito da cinque verbi: voler bene, pregare, conoscere, scrivere, camminare. Una grammatica dell’esistenza: voler bene significa aprirsi agli altri; conoscere significa non attraversare il mondo alla cieca; scrivere significa dare forma a ciò che si è compreso; camminare significa ricordarsi che anche il corpo fa parte del viaggio. E poi, pregare.

Nel romanzo si parla anche della tragedia di Cutro. Gabriele la affronta quasi per caso, distratto, mentre è desideroso di andare via; ma poi guarda i vestiti, i resti del caicco, gli oggetti abbandonati e comprende che quelle vite perdute potrebbero essere la sua.

Il romanzo ci pone una domanda: che cosa resta quando smettiamo di misurare la nostra vita attraverso ciò che possediamo, produciamo o conquistiamo? Non c’è una risposta preconfezionata, ma tra le pagine possiamo intravedere una direzione: uscire dall’ego, tornare agli affetti, alla responsabilità, alla natura, ai rapporti umani.

La felicità, sembra suggerirci Nata, non sta nell’arrivare primi, ma nel sapere dove stiamo andando e nel fermarci davanti a qualcosa che ci obbliga a guardare il mondo con occhi nuovi.