Pordenone – Si racconta con discrezione, quasi ridimensionando l’immagine di profeta che più di qualcuno gli ha appiccicato addosso. “Come profeta sono stato un po’ sopravvalutato. I veri profeti sono quelli della Bibbia, che preannunciano sventure per punire il popolo che aveva peccato. Io predìco disgrazia per opprimere la modernità, ma sono meno severo e meno vendicativo di Ezechiele”. Parola di Michel Houellebecq, che a Pordenonelegge ha presentato la sua opera omnia poetica Tutte le poesie, edita da La nave di Teseo (900 pp., 30 euro), che include anche la sua ultima raccolta inedita Si perde sempre. Un ritorno alle origini per lo scrittore francese, perché in principio fu proprio la poesia, coltivata per quarant’anni e racchiusa nel rigore dei versi regolari appresi dai classici.
Un passaggio tutt’altro che scontato, dal momento che “non ero completamente scemo, ero consapevole che non avrei potuto guadagnarmi da vivere solo facendo il poeta”. Poi è arrivato il momento del romanzo. “Una decisione strana – ha sottolineato Houellebecq –. Con la poesia mi sentivo a mio agio, era quasi una lingua naturale, mentre per il romanzo no”. Del resto, ha aggiunto, “nelle poesie c’è spesso in nuce un romanzo potenziale”. E a guidarle è “qualcosa di imprevedibile: “A volte basta visitare un luogo sconosciuto perché nasca un nuovo verso”.
Ma cosa ha spinto un autore del calibro di Houellebecq a continuare a scrivere? La risposta non è affatto oziosa: la motivazione che cambia con la lente degli anni. “Spesso si scrive un nuovo libro per correggere gli errori di quello precedente, cullandosi nell’illusione di scrivere un giorno il romanzo perfetto per poi smettere per sempre. Ma poi ci si accorge delle mancanze e delle voragini”. Lo ha ricordato pensando anche al suo primo romanzo, Estensione del dominio della lotta, pubblicato in originale in Francia nel 1994, in Italia nel 2000, partorito – ormai una vita fa – da una provocazione sociologica: “Una delle ragioni che mi ha spinto a scriverlo è che secondo me mancava un informatico in letteratura”, dice lui che, prima di diventare un famoso autore, ha lavorato come informatico e analista programmatore. E tra i suoi romanzi preferiti, si scopre, ci sono pure quelli di fantascienza degli anni ’70. “Un genere che leggevo molto da giovane e che è stato capace di anticipare sviluppi come l’intelligenza artificiale”.
Profetico fu anche e soprattutto Sottomissione, uno dei suoi successi più grandi: Nell’università francese, definita “una zona di debolezza”, “l’antisemitismo poteva svilupparsi prima che altrove”. E ha aggiunto: “Mentre lo scrivevo, frequentavo gli ambienti universitari per tastare il polso della situazione e fui sorpreso nel vedere volantini di protesta contro l’arrivo di ricercatori o studenti israeliani”. Quello che allora aveva osservato “si è sviluppato molto nell’università. Meno nel resto della società”.
Houellebecq allarga poi lo sguardo alla politica, soffermandosi sull’avanzata delle destre in Europa. E non risparmia uno schiaffo alla sinistra del suo Paese: “In Francia la sinistra è diventata molto cattiva. Un tempo la sua egemonia culturale e intellettuale le permetteva di fare bello e cattivo tempo, ora che quel dominio è incrinato, sorveglia le cose con estrema rigidità”. Una stoccata impreziosita da un episodio che lo ha toccato da vicino: “La sinistra mi diede del fascista perché una volta partecipai alla riunione di un piccolo gruppuscolo realista – ha raccontato con una certa ironia –. Ma ero spinto da una semplice curiosità, pensavo si trattasse di qualcosa di folcloristico, non mi ero reso conto di quello che stavo facendo”. Quanto ai timori europei di derive autoritarie, vista anche l’avanzata dell’AfD in Germania, per Houellebecq l’Italia è fuori pericolo: “Penso che sia in grado di rassicurare l’Europa – ha detto –. Non è un Paese che sta andando verso il fascismo”.
La sinistra mi diede del fascista perché una volta partecipai alla riunione di un piccolo gruppuscolo realista
Non manca una riflessione sul destino dell’uomo di fronte alla tentazione della resa. Che per Houellebecq è inammissibile. La lotta che si perde sempre, come suggerisce la raccolta inedita di poesie, “è quella contro la morte. Ma, rispetto alla morte non mi piace la rassegnazione. È sciocco ma mi innervosisce”. E per dimostrarlo lo scrittore settantenne scomoda il Buddha, trovando paradossale la sua vocazione: “Dopo aver vissuto al sicuro all’interno del proprio palazzo decise a un certo punto di uscire nel mondo esterno, imbattendosi per la prima volta in un vecchio, un malato e un morto. Da quell’esperienza, il giovane principe dedusse che la vecchiaia, la malattia e la fine della vita rappresentassero tre cose profondamente negative, ma anziché farsi medico per combatterle concretamente, scelse di fondare una religione”. Una riflessione provocatoria che sintetizza la sua personale urgenza di continuare a lottare. E se la solitudine appare spesso come la cifra della modernità, Houellebecq smentisce di essere del tutto schiavo della trappola amorosa. Per farlo, stavolta ha scelto di affidarsi ad alcuni suoi soggiorni nei monasteri, “dove ho riscontrato nei monaci una felicità autentica e contagiosa”.
A Pordenonelegge, ad accompagnare lo scrittore, anche Elisabetta Sgarbi, fondatrice della casa editrice La nave di Teseo, di cui è direttore generale e direttore editoriale. “Ho tradotto Michel prima che venisse conosciuto, quando pubblicò il primo romanzo, Estensione del dominio della lotta, e forse per questo mi è riconoscente – ha spiegato Sgarbi –. Non era ancora un caso internazionale, ma io allora lo volli nel catalogo Bompiani. E così, quando insisto e gli chiedo qualcosa, a volte mi dice di no, a volte mi maltratta affettuosamente, ma questa volta è stato davvero generoso. Faccio una battuta: Italia batte Francia 5 a 0”.