Roma, 2 ottobre 2026 – Via le buone maniere, alla direzione Pd Elly Schlein si rimbocca le maniche in diretta. Un gesto meccanico ma tremendamente simbolico: il tempo del fioretto è finito. Avverte l’assedio sulla candidatura a Palazzo Chigi e sferra fendenti al convitato di pietra volutamente ignorato: Giuseppe Conte. È lui, l’alleato con meno voti che insidia un primato blindato, il bersaglio. Il primo colpo ribalta il tavolo sui ritardi programmatici: “Eravamo pronti da febbraio, abbiamo aspettato chi l’ha fatto a settembre”. Altro che Pd a rimorchio dei 5 Stelle: la realtà è opposta. Da qui, la segretaria passa alla scimitarra. Il programma di coalizione, chiarisce, “si scrive tutti insieme”, centristi compresi, e “in contatto con la società”. Bisogna “essere inclusivi”, ma la premessa affonda il coltello nella piaga: “Non è che uno vale uno”. Demolisce così lo storico slogan del Movimento. La rivendicazione dei rapporti di forza è spietata: “Se siamo saldamente il primo partito di opposizione è perché ce lo siamo guadagnati con l’impegno”, e gli elettori “ci hanno consegnato il doppio dei voti delle altre forze”. Il monito è netto: “Se fossimo rimasti al gennaio 2023, col Pd al 14%, pensate che avremmo avuto lo stesso dibattito? Io penso di no”. In sintesi: “Generosi sì, ingenui no”.
Sulla mancata investitura automatica non cede: “In nessun altro Paese europeo ci sarebbe stata questa discussione: è normale che guidi chi prende un voto in più. Non è egemonia, è democrazia”. Se il principio non passa, “siamo pronti alle primarie”. È il passaggio chiave del discorso, chiuso da una minaccia: “E se le faremo, le vinceremo”. Finita la prova di forza, detta l’agenda. Archiviata l’etichetta del “wokismo” cucitale addosso agli esordi, si riposiziona sulle battaglie tradizionali: lavoro e solidarietà sociale. Scompare la politica estera, liquidata in pochi secondi: la parola “Ucraina” le sfugge a malapena. Cerca una “mediazione alta”, ma è evidente che non l’ha trovata.
Le insidie però vanno oltre l’offensiva di Conte, che gioca su più tavoli aprendo al mitologico “federatore”, purché anche Schlein faccia un passo indietro. Non a caso spunta ora la carta Franco Gabrielli, profilo gradito ad AvS e M5s. È qui che la segretaria scaglia un macigno contro le trame di Palazzo: “Cercano di entrarci in casa in tutti i modi, di darci la linea da fuori, di scegliere per noi: c’è un pezzo di establishment che non vuole un leader di sinistra a Palazzo Chigi. Ma noi non ci facciamo portare a spasso”. Chi manovra per scalzarla è avvisato: “Noi andremo al governo solo dopo aver vinto le elezioni”.
Questo sfoggio di grinta è musica per Giorgia Meloni, confermando come entrambe si vogliano come uniche avversarie. Il botta e risposta è infuocato: “Mi chiede di dire una cosa vera? Gliene dico dieci”, attacca Schlein colpendo a vasto raggio, dalle tasse alla precarietà. Meloni ironizza sui social: “Risponde a una domanda di dieci giorni fa… elencando dieci falsità”. Controreplica: “Può alzare la voce e sbraitare, ma i fatti restano e gli italiani li vivono sulla propria pelle”. Oltre le schermaglie, il dato politico è l’incoronazione reciproca: Meloni e Schlein si accreditano come uniche protagoniste, speculari per carattere e retorica. Condividono il vittimismo sui successi non riconosciuti, agitano il fantasma dei poteri forti pronti a rimpiazzarle e si smontano a vicenda nei comizi. Affini anche nella gestione del potere, l’ex outsider dem mostra un piglio inflessibile: “Qui c’è un gruppo dirigente che dirigerà la coalizione e andrà a governare”. Dice gruppo, legge leader: la porta è aperta soltanto a chi si allinea. Entrambe spingono per polarizzare la sfida del 2027 su un unico aut-aut: “O me o lei”.
La direzione si piega. Schlein resta l’unica opzione sul tavolo. La minoranza riformista non partecipa al voto, mentre Giorgio Gori (possibile sfidante interno) dice che “è un errore subappaltare il dialogo con il centro”: oggi sarà alla Leopolda di Renzi. Schlein incassa comunque l’unanimità dei presenti e centra l’obiettivo: l’Assemblea del 18 prorogherà il suo mandato, evitando il congresso nell’anno elettorale. Per lei la partita è chiusa, resta solo la via delle primarie. Col rischio concreto che i gazebo si trasformino in uno spietato gioco al massacro.