Clima, l’attivista che piegò la Svizzera: “Anziane e giovani: il futuro non ha età”

Roma, 3 ottobre 2026 – “Chi vuol esser lieto, sia: di doman non c’è certezza”. Giovinezza e futuro climatico spartiscono la stessa domanda: che ne sarà di noi? A battersi perché quel futuro non sia un’ipotesi non sono solo ragazze e ragazzi: si sono volute chiamare le “Anziane per il clima” le oltre tremila donne che, dal 2016, hanno scelto la via giudiziaria per costringere lo Stato elvetico ad agire contro la crisi climatica. Dopo anni di ricorsi, nel 2024 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dato loro ragione, stabilendo che la Svizzera non aveva adottato misure sufficienti per proteggere i propri cittadini dagli effetti del cambiamento climatico. Tra le fondatrici del movimento c’è Norma Bargetzi-Horisberger, 71 anni, psicoterapeuta e attivista, che l’8 ottobre sarà al festival “BergamoScienza“ per l’incontro “La giustizia climatica non ha età”.

Bargetzi-Horisberger: donne anziane che lottano per il clima e giovani che si sentono senza futuro. È il mondo al contrario?

“Non avevo mai pensato a questo. Conosco giovani che si sentono così, con questo senso di “no future”, di crisi, di mancanza di fiducia. Però ci sono anche giovani che non si lasciano immobilizzare dall’impotenza e dalla depressione: si uniscono e si mettono in azione. E poi ci siamo noi donne anziane. Abbiamo ancora molta energia e ci basiamo sulle esperienze e sulle competenze sviluppate nell’arco di una vita. Ci impegniamo perché riteniamo di doverci assumere la nostra parte di responsabilità: facciamo parte di una generazione che ha contribuito a lasciare il disastro che stiamo vivendo oggi. Io mi assumo la mia parte, anche se certe scelte politiche non le ho mai fatte. E siamo donne. In Svizzera abbiamo ottenuto il diritto di voto solo nel 1971. Abbiamo alle spalle una storia di militanza che ci spinge ad andare avanti”.

Avete ottenuto una sentenza storica, ma due anni dopo siete ancora costrette a discuterne l’attuazione. Perché si temporeggia?

“Perché ci sono interessi finanziari ed economici molto forti, purtroppo più forti dell’interesse per la giustizia sociale e per l’ecologia. In Svizzera lo sentiamo molto: il Paese ha un’immagine esterna di perfezione, ma dietro c’è un’ombra immensa, quella della finanza. Una quota molto alta degli investimenti che passano attraverso le grandi banche svizzere va ancora a favore delle energie fossili. La protezione della natura dovrebbe coincidere con quella del clima e quindi dei cittadini. Dovrebbe essere un obbligo per qualsiasi Stato. E invece non lo è”.

Qual è stata la cosa che l’ha delusa di più e quella che l’ha invece più colpita positivamente in questi dieci anni di lotta?

“Il momento più bello è stato la sentenza della Corte europea. Una gioia incredibile, finalmente un senso di giustizia. Il momento peggiore è arrivato due mesi dopo, durante il dibattito nel nostro Parlamento, quando si è deciso di non attuare la sentenza. È stato un dibattito orrendo. A un certo punto mi è venuto da piangere. Vedevo ignoranza, misoginia, negazionismo. Questo mi ha provocato delusione, ma anche rabbia. E, se la rabbia non diventa distruttiva, la preferisco alla tristezza: mi dà energia e mi fa dire: “No, qui dobbiamo insistere””.

Voi avete scelto tribunali e vie legali. Una parte dei giovani sceglie invece la disobbedienza civile. Una strada alternativa?

“Penso che sia una strada complementare, purché nel segno della non violenza. Noi abbiamo scelto la via legale perché ci sembrava lo strumento più giusto per mettere pressione sul sistema politico e ci siamo sempre mosse dentro i parametri della legalità, anche perché non possiamo permetterci di perdere credibilità. Detto questo, io e molte mie colleghe abbiamo sempre guardato con simpatia alle forme di protesta non violente, anche quando sono molto creative. Anche perché mi domando: se avessi diciott’anni, io cosa farei?”.

A BergamoScienza incontrerà soprattutto studenti. C’è qualcosa che la sua generazione dovrebbe imparare dai giovani?

“Certo. Uso spesso una metafora: siamo come un cocktail. I giovani hanno creatività e flessibilità, noi abbiamo esperienza e competenze. Mettendo insieme queste caratteristiche può nascere qualcosa di molto ricco. Anche le domande che arrivano dai giovani ci fanno riflettere e ci offrono nuovi stimoli. Da “nonna” desidero trasmettere fiducia e una scintilla di fuoco che motivi all’azione contro il senso di impotenza”.

In Italia oggi un blocco stradale però può costare anche una pena detentiva. Lo spazio per la disobbedienza civile si sta restringendo?

“Molto. Anche da noi. Ho visto documentari e ascoltato testimonianze di persone anziane che si erano sedute in strada insieme ai giovani e che sono state portate via in modo molto duro. Anche in Svizzera ci sono stati processi e condanne, che per una persona giovane possono avere conseguenze molto limitanti sul percorso futuro. Negli ultimi anni c’è stata una risposta più rapida e più dura verso queste proteste. È uno sviluppo che segnala un progressivo allontanamento dai valori democratici”.

Se domani avesse davanti chi ha davvero il potere di cambiare le cose, cosa chiederebbe?

“Farei un appello all’empatia e all’amore. Può sembrare romantico, ma il nostro impegno nasce da un amore per l’umanità, per la natura, per la Terra e da un senso di empatia verso chi soffre. Se avessi una bacchetta magica, risveglierei in chi decide la capacità di sentire e percepire la sofferenza che pianeta e popolazione stanno vivendo”.