Padova, il “tribunale islamico” e la pista (opaca) dei soldi: ecco il filo rosso che parte dal Veneto arriva in Iran

Milano, 10 ottobre 2026 – C’è un filo rosso che collega Padova a Teheran, Tripoli, Gaza e Londra. Parte dallo studio di Omar Vanin, fondatore della Camera Arbitrale Islamica Italiana, e attraversa imprese, consulenti e organismi religiosi. L’associazione, nata a marzo per affidare controversie economiche ad arbitri privati, chiamati a decidere anche secondo principi islamici nei limiti della legge italiana, è finita al centro delle polemiche e di un fascicolo della Procura di Padova. Del resto, proprio sulla trasparenza si concentrano gli interrogativi più pesanti. Non si conoscono i nomi degli altri fondatori. I costi effettivi sono poco chiari e, soprattutto, non si sa chi metta i soldi.

Sullo sfondo c’è un mercato da 5.980 miliardi di dollari, cioè il valore della finanza islamica nel 2024, cresciuta del 21%, secondo Lseg (London Stock Exchange Group), gestore della Borsa di Londra e fornitore di dati finanziari.

La prima tappa è via Armistizio 13 a Padova, sede dell’associazione e di Libra Legal, lo studio in cui Vanin lavora con Irene Tietto. Allo stesso indirizzo opera Libra Consulting, fondata da Guglielmo Destro e Anna Piva, che assiste aziende sui mercati esteri. Tra i clienti ci sono imprese seguite nell’espansione negli Emirati Arabi Uniti. Qui la finanza islamica vale oltre 460 miliardi di dollari, secondo Lseg.


Il percorso prosegue con Impact, fiera padovana di servizi e innovazione per le imprese, promossa da Destro con altri imprenditori. A un suo incontro, nel febbraio 2025, intervengono Vanin e Tietto. A maggio, in un appuntamento dedicato ai rapporti commerciali con i Paesi islamici, parla Dario Gorji Varnosfaderani, avvocato dello studio de Capoa & Partners. Nel 2023 lo studio partecipò a un convegno di Libra Consulting su export e sanzioni.

È il passaggio che porta a Teheran: Gorji dirige la sede iraniana di de Capoa, segue contratti e finanza islamica. Il fondatore Antonio de Capoa, già presidente della Camera di commercio italo-libica, lavora da decenni con la Libia. Iran, Arabia Saudita e Malesia concentrano il 72% degli attivi mondiali del settore.

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Non sono soltanto convegni. Nel 2025 de Capoa & Partners ha pubblicato una monografia sulla finanza islamica come opportunità per le imprese italiane all’estero. Un sistema alternativo ai prestiti con interessi, vietati dai precetti religiosi.

Dagli affari si passa ai modelli esteri richiamati sul sito della Camera. Uno è l’Islamic Council of Europe di Londra, il cui comitato religioso è presieduto da Haitham al-Haddad, predicatore le cui posizioni furono definite nel 2018 dalla Commissione britannica contro l’estremismo “misogine, razziste e omofobe”. L’organismo offre anche consulenza finanziaria: nel 2023 certificò la conformità alla Sharia del Gaza Zakat Fund dell’ente umanitario Save One Life, che nel 2025 ha registrato entrate complessive per 1,16 milioni di sterline.

A settembre il regolatore britannico ha riaperto accertamenti sugli aiuti a Gaza, dopo segnalazioni sul rischio di fondi a Hamas. Un primo esame era terminato senza prove a sostegno dei sospetti e l’ente respinge le accuse. L’altro organismo citato come riferimento dalla Camera padovana è l’Islamic Sharia Council di Londra. Fra i suoi fondatori figura Muslim Welfare House, indicata da uno studio del King’s College nelle reti dell’islamismo politico britannico legate storicamente anche alla Fratellanza musulmana.

In Veneto vivono, secondo le stime, tra 150.000 e 200.000 musulmani e si contano oltre cento luoghi di culto. Vanin difende il progetto: “La legge italiana viene prima di qualsiasi altra regola”. Per Francesco Rossi, presidente dell’Ordine degli avvocati, è invece una “grande macchina pubblicitaria” a vantaggio dell’associazione privata.