Annalisa a 40 anni: “La tigre del tempo si è mangiata i miei dubbi, ma ho scelto la via giusta”

Siamo fatti di tempo. Di giorni, mesi, anni che ci trascinano via come il fiume, ci sbranano come una tigre, ci divorano come il fuoco. Parola di quel Jorges Luis Borges a cui, guardando in alto, Annalisa lega il senso del suo nuovo album “Ma io sono fuoco” fin dalla copertina, mettendo in mostra la sua sensualità adagiata tra lenzuola bagnate, cuscini in fiamme e un felino minaccioso che spunta da dietro la testiera del letto.

“Anche se nella costruzione del disco non sono partita da lì” ammette “Nali” nello studio di Soundcheck, il format musicale su carta, web e social del nostro giornale. “Ho iniziato a scrivere queste nuove canzoni già nel corso dell’ultimo tour e ad un certo punto mi sono resa conto che il tema capace di legarle tutte era proprio quello del tempo che passa e ci trasforma. Un vortice, come lo chiamavo nel disco precedente, in cui possiamo comunque avere una parte attiva provando ad indirizzare in qualche modo ciò che ci capita senza restarne completamente in balia. Approfondendo l’argomento, mi sono imbattuta nella metafora del tempo circolare di Borges e ho capito di aver trovato il centro del mio ragionamento, vale a dire il tempo non inteso come una linea retta, ma come un cerchio in cui sono io l’origine di quel che vivo; sono io il fiume, io la tigre, io il fuoco”.

…perché “il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges”

“Esatto. ‘Nuova confutazione del tempo’, infatti, è un saggio in cui mi ritrovo pienamente. Compresa questa chiusa leggermente ironica”.

L’argomento che verrà ulteriormente dipanato dal tour atteso pure a Padova il 18 novembre, Roma il 21 e 22 , Firenze il 24, Milano il 28 e 29, Eboli il 2 dicembre, Bari il 5 e 6, Bologna il 10, Torino il 13.

Il giro di concerti al via il 15 e 16 novembre da Jesolo l’ha chiamato “Capitolo I”, perché?

“Perché è la prima di una serie d’attività che mi riguarderanno e non parlo solo di concerti”.

Sanremo?

“Non ora. Magari se ne riparla nel 2027”.

Il tempo passa, ad agosto ha superato pure una linea di non ritorno, quella degli “anta”. Cosa s’è mangiata la tigre del suo passato?

“A volte mi ritrovo a riflettere sul mio modo di essere, sulla mia natura, sul fatto di essere una abituata ad andare per gradi, un passo alla volta. Mi chiedo se avessi avuto un po’ più di spavalderia, se avessi tenuto l’acceleratore un po’ più premuto, cosa ne sarebbe stato della mia vita lavorativa e privata oggi, a 40 anni. Alla fine, credo di aver seguito la via giusta, perché bisogna anche ascoltarsi”.

Se no c’è il lettino dell’analista

“In questo sono stata un po’ più fortunata di tanti colleghi più giovani, visto che oggi in questo mestiere la gradualità non esiste e ti ritrovi a correre a tutta velocità da un momento all’altro, con le conseguenze del caso. Nel 2010 non c’erano tutte le opportunità di oggi, ma neppure così tanta pressione”.

Con Marco Mengoni condivide “Piazza San Marco”

“Mi sono molto impegnata per portarcelo. Un anno fa la canzone è stata una delle prime su cui ho lavorato. Ho pensato e ripensato se proporgliela e alla fine l’ho chiamato. Lui s’è portato la canzone a casa, l’ha fatta sua, e quando siamo entrati in studio ed è andato tutto liscio in maniera molto naturale. Cosa che succede molto raramente, devo dire”.

Il primo singolo ad anticipare l’uscita dell’album è stato, però, “Maschio”

“L’ho scelta perché avevamo l’estate davanti e volevo un pezzo con le spalle larghe, forte, muscoloso, che potesse difendersi tra le tante potenziali hit di un particolare periodo dell’anno come quello. Alla fine, sono riuscita a mandare in radio una canzone con tanta voglia di dire la sua, di pungere, ma in maniera divertente”.