Approvato il Trattato per la tutela dell’Alto Mare

Oceano e clima

Dopo 15 anni di trattative, gli Stati membri delle Nazioni Unite hanno raggiunto un accordo sulla protezione di un tesoro fragile e vitale che copre quasi la metà del pianeta. Si tratta dell’area di mare al di là della Zona economica esclusiva nazionale, oltre le 200 miglia dalla costa

Raggiunto dopo una trattativa durata 15 anni l’accordo tra gli Stati membri dell’Assemblea delle Nazioni Unite per proteggere l’Alto Mare, un tesoro fragile e vitale che rappresenta il 95% della biosfera del pianeta, produce la metà dell’ossigeno che respiriamo e assorbe l’anidride carbonica, essendo il più grande serbatoio di carbonio al mondo. Tuttavia, fino ad oggi, le norme frammentarie e poco applicate che regolano l’alto mare hanno reso quest’area più suscettibile allo sfruttamento rispetto alle acque costiere che alla valorizzazione della blueconomy.

Il nuovo Trattato sull’Alto Mare protegge le acque internazionali: l’area di mare che si trova oltre la Zona economica esclusiva ZEE – oltre le 200 miglia nautiche della costa – e occupa circa due terzi dell’oceano. Si tratta di aree che fanno parte delle acque internazionali, quindi fuori dalle giurisdizioni nazionali, in cui gli Stati hanno diritto di pescare, navigare e fare ricerca e, toppo spesso, estrarre idrocarburi e inquinare.

L’Alto Mare svolge un ruolo importante per la tutela degli habitat e specie a rischio, e finora nessun governo si era assunto la responsabilità della protezione e gestione sostenibile di questi ecosistemi sempre più vulnerabili perché non tutelati efficacemente. Secondo alcune stime, tra il 10% e il 15% delle specie marine è già a rischio di estinzione, tant’è che alcuni degli ecosistemi più importanti del Pianeta sono ancora a rischio con conseguente perdita di biodiversità e habitat.

L’adozione del Trattato è dunque un passo avanti per la difesa del Pianeta, ed è fondamentale per far rispettare l’impegno di tutelare il 30% del mare (e della terraferma) entro il 2030 assunto dai Paesi alla COP15 di Kunming-Montreal dello scorso dicembre e in linea con gli obietti della Strategia della UE sulla biodiversità. Questo trattato risolve il problema della mancanza di un meccanismo legale per istituire le Aree marine protette d’altura in acque internazionali, e pone le basi per fornire un quadro giuridico vincolante per la creazione di vaste aree marine protette e proteggere la fauna e le risorse genetiche dell’alto mare.

Il sistema di protezione delle acque internazionali che abbiamo fin qui utilizzato anche nel nostro Paese, ad esempio, ha prodotto poca tutela e molta confusione. Come nel caso del Santuario dei Mammiferi marini definito sulla base dell’Accordo Pelagos nel 1999 che interessa Francia, Italia e principato di Monaco che aveva l’ambizione di tutelare una vastissima area dell’alto Tirreno (87.500 kmq e 2.022 km di costa) in un mare, quello Mediterraneo, tra i più esposti alle pressioni antropiche ma anche uno dei 25 hot spot di biodiversità riconosciuti a livello globale. Il Santuario, creato sulla base di un accordo tra Stati e non sulla base di un trattato internazionale, è stato fin qui un clamoroso flop: facciamo fatica a individuare uno solo dei rischi conosciuti per i mammiferi marini presenti nell’area (traffici marittimi, trasporti di idrocarburi, etc…) che è stato mitigato dall’azione di tutela imposta dalla presenza dal Santuario.

L’Onu istituirà una conferenza delle parti (Cop) ad hoc che si riunirà periodicamente

Perciò ben venga questo nuovo trattato attraverso il quale l’Onu istituirà una conferenza delle parti (Cop) ad hoc che si riunirà periodicamente e consentirà agli Stati membri di essere chiamati a rispondere di questioni quali la governance e la biodiversità.
Uno strumento come questo serve per istituire nuove aree marine protette e proteggere il bacino del Mediterraneo. Ma il Trattato serve principalmente al nostro Paese per affrontare con la dovuta diligenza la tutela di aree particolarmente esposte come l’alto Adriatico, dove serve un’azione congiunta con i Paesi balcanici per tutelare i siti importanti per la presenza dei mammiferi marini e per ridurre i rischi di utilizzo dei fondali per la ricerca e lo sfruttamento degli idrocarburi. Serve per i banchi di coralligeno a sud di capo d’Otranto, d’intesa con i paesi costieri dell’Adriatico meridionale (Albania, Grecia, Cipro) e la biodiversità presente nel Canale di Sicilia d’intesa con i Paesi del Nord d’Africa.

Oggi, dopo una lunga attesa, abbiamo uno strumento in più a disposizione per raggiungere l’obiettivo globale di proteggere la biodiversità e frenare i cambiamenti climatici. Serve, come sempre, una decisa azione di Governo per procedere nella direzione giusta. Ma questa la deve fornire la politica e poco possono fare i trattati.

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