Auto, non convincono le dichiarazioni delle case produttrici sull’impatto climatico

Lo dice uno studio di Transport & Environment e Legambiente. Tra le aziende che comunicano meno della metà delle proprie emissioni Bmw, Hyundai-Kia e Stellantis

Dall’anno prossimo banche e fondi dovranno informare gli investitori sull’impatto climatico delle case automobilistiche rispetto a tutto il clclo di vita delle automobili. Esaminando le dichiarazioni delle case auto, risulta però che esse siano frutto di calcoli basati su dati poco credibili. Stime accurate sul ciclo di vita delle automobili, sostiene uno studio di Transport & Environment e Legambiente, forniscono infatti cifre decisamente più alte. Insieme a Bmw e Hyundai-Kia, Stellantis è tra le peggiori: dichiara meno della metà delle sue emissioni globali.

Stellantis vende le sue auto principalmente in America e in Europa. Ogni sua auto prodotta emette mediamente ben 62 tonnellate di CO2. Ciò vale soprattutto per le auto vendute in America, trattandosi di pesanti fuoristrada che percorrono più chilometri. Basti pensare che se nell’Ue ogni nuova automobile con motore a combustione interna genera una domanda di 17.000 litri di carburante, negli Usa si passa a 30.000 litri.

Le auto elettriche, sebbene comportino maggiori emissioni in fase di produzione, a causa dei consumi energetici per la produzioni di batterie, producono mediamente la metà della CO2 in fase di utilizzo, perché più efficienti e perché un terzo dell’elettricità in Europa è già prodotta da rinnovabili pulite. Per questa ragione il futuro è tutto a vantaggio della mobilità elettrica collettiva e dei veicoli elettrici leggeri come ebike e quadricicli.

L’obbligo di dichiarare l’impatto climatico dei costruttori di automobili, considerando anche la fase di utilizzo del bene (che in gergo tecnico si definisce come Scope 3), è definita dalla nuova normativa europea a salvaguardia degli investitori e degli azionisti: si tratta sia della Sustainable Finance Disclosure Regulation che della Corporate Sustainability Reporting Directive. La divulgazione obbligatoria dello Scope 3 avrà un impatto importante sul settore, perché può allarmare sui rischi che si corrono investendo sulle industrie troppo “fossili”.

Per questa ragione Transport & Environment e Legambiente hanno sottoposto a un’attenta lettura critica le dichiarazioni rilasciate dalle case auto (vedi dossier in inglese). Analisi più accurate, evidenziano T&E e Legambiente, rivelano anche come in alcuni casi l’intensità di carbonio degli investimenti nelle aziende automobilistiche sia addirittura superiore a quella associata alle operazioni finanziarie nell’industria petrolifera. Ai prezzi odierni, ad esempio, un milione di euro investito nella Exxon Mobil finanzia infatti circa 2.000 tonnellate di CO2 equivalente. Lo stesso importo diretto al settore automobilistico ne finanzia oltre 4.500. In alcuni casi l’intensità di carbonio è significativamente più alta: con picchi di 7.000 tonnellate per gli investimenti in Honda e di quasi 10.000 per quelli in Renault-Nissan-Mitsubishi.

“Per un investitore le case automobilistiche hanno un’intensità di carbonio superiore a quella dell’industria petrolifera, un aspetto che dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme per l’industria finanziaria”, spiega Luca Bonaccorsi che ha lavorato allo studio per Transport&Environment. “Se vogliono evitare di subire l’impatto di questa bomba a orologeria, gli asset manager dovranno disinvestire dai costruttori che non hanno un piano aggressivo di riduzione delle emissioni”.

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