Avanti un Altro torna stasera nel preserale di Canale 5: la storia di un programma che non finisce mai, e forse non può

Avanti un Altro nasce nel settembre del 2011 come esperimento. Canale 5 cercava un format per il preserale che potesse competere con L’Eredità di Rai 1, e la soluzione era un quiz bizzarro, caotico, volutamente irriverente, costruito attorno alla personalità di Paolo Bonolis e alla presenza anarchica, eccentrica e un po’ stralunata di Luca Laurenti.

Quindici anni e sedici edizioni dopo, il programma è ancora lì, pressoché identico a se stesso, con il salottino dei personaggi fissi, la Bonas, il piticozzaro e le domande che possono riguardare qualsiasi cosa. Incluso il gioco finale, ricco, dove bisogna rispondere al contrario di quello che impongono le regole e le conoscenze.

Sedici edizioni di Avanti un Altro

La longevità di Avanti un Altro racconta qualcosa di preciso sul preserale televisivo italiano: è una fascia in cui il pubblico non vuole sorprese. Vuole il rito. Accende il televisore alle sei di sera non per scoprire qualcosa di nuovo ma per ritrovare qualcosa di familiare, un sottofondo caldo mentre si prepara la cena o si aspetta il telegiornale. Bonolis lo sa, e ha costruito un programma che risponde esattamente a questo bisogno senza mai pretendere di essere qualcos’altro.

L’edizione 2026 arriva dopo una stagione di Caduta Libera con Max Giusti che ha fatto il suo senza mai convincere fino in fondo. Giusti è un conduttore capace, ma il format non ha mai trovato il ritmo che aveva con Gerry Scotti, e gli ascolti non hanno mai raggiunto i livelli che Mediaset si aspettava. La soluzione è quella classica: quando non si sa cos’altro fare, si torna a Bonolis.

Il dinamismo di un programma immobile

C’è qualcosa di affascinante e forse anche di leggermente inquietante nell’idea che Avanti un Altro non abbia bisogno di evolversi. Bonolis stesso, presentandosi proprio nel corso di un breve flash durante l’ultima trasmissione di Caduta Libera lo ha ammesso spudoratamente: “Non cambierà praticamente nulla, il bello è questo.” È una dichiarazione che nella televisione contemporanea, ossessionata dalla novità e dalla disruption, suona quasi rivoluzionaria.

Il format originale è rimasto intatto per sedici anni: concorrenti in fila, domande a risposta multipla, il salottino dei personaggi fissi con la loro logica surreale, il gioco finale con il montepremi. Sono cambiate persone e personaggi attorno a Bonolis, sono entrati nuovi character, è cambiato il mondo fuori dallo studio. Il programma no.

Questa immobilità è sia il punto di forza sia il limite strutturale di Avanti un Altro. È il punto di forza perché crea quella familiarità che il pubblico del preserale cerca. È il limite perché rende impossibile immaginare un futuro del programma senza Bonolis, o meglio: rende impossibile immaginare chi potrebbe condurlo quando Bonolis deciderà di non farlo più.

Il programma è talmente costruito attorno alla personalità del suo conduttore che senza di lui perde quasi tutto il suo senso. D’altronde questo, in un panorama di format comprati ovunque, è uno dei pochi programmi nati proprio da un’idea italiana: di Bonolis.

Alessandro Maria Bosio
Alessandro Maria Bosio, l’idraulico del salottino di Avanti un Altro – Credits Mediaset (TVBlog.it)

Bonolis e il programma che non vuole ma fa

C’è un sottotesto interessante nelle dichiarazioni di Bonolis degli ultimi anni su Avanti un Altro. Il conduttore ha sempre ammesso che il programma non è quello a cui tiene di più, che i suoi progetti del cuore sono altri: in particolare Il Senso della Vita, che richiedono un investimento creativo ed emotivo diverso. “L’anno prossimo sono 46 anni che faccio questo lavoro, se faccio cose che mi piacciono sono contento, non devo lavorare per forza”, ha detto di recente il conduttore romano

Eppure Avanti un Altro torna puntualmente ogni anno, o quasi. Il motivo è semplice: Mediaset ne ha bisogno. Il preserale è una fascia strategica, costruisce l’inerzia di ascolti che porta al telegiornale e all’access prime time. Quando quella fascia va male, come è successo con Caduta Libera, il danno si propaga a valle. Bonolis lo sa, e Mediaset lo sa, e l’accordo tacito è che finché i numeri reggono, il programma continua.

“Finché le cose vanno bene”, ha detto Bonolis. È una frase che suona come una minaccia velata e come una promessa allo stesso tempo. Non un entusiasmo, ma una disponibilità. Nella televisione italiana, spesso, è sufficiente.

Cosa aspettarsi dalla sedicesima edizione di Avanti un Altro

Poco di nuovo, molto di già visto, e questo è esattamente il punto. Nel salottino tornano  Laura Cremaschi, l’Alieno Leonardo Tricarico, la Bonas di Paola Caruso, l’idraulico Alessandro Bosio con qualche personaggio già visto e magari addirittura un paio di novità.

Bonolis ha detto che i concorrenti sono sempre più tranquilli: “Non hanno la preoccupazione di essere giudicati.” È la filosofia del programma in una frase: uno spazio in cui l’eccentricità è la norma, il surreale è il linguaggio comune e il conduttore ride con le persone e non delle persone. Una televisione popolare nel senso migliore del termine, che non pretende di essere qualcosa che non è.

Alle 18.40 su Canale 5. Come sempre.