A metà settembre il Parlamento europeo si dovrà esprimere per interrompere immediatamente il sostegno ai biocarburanti a base di palma e soia e per quelli agricoli entro il 2030
La prima direttiva europea sulle energie rinnovabili (Red), in vigore dal 2009, avrebbe dovuto aumentare l’uso di combustibili alternativi rinnovabili sostenibili nei trasporti. Ma ha per lo più incentivato la miscelazione di biocarburanti (come il biodiesel all’olio di palma), con conseguenze devastanti sulla deforestazione nel mondo, sul clima e sull’ambiente. L’elettricità rinnovabile oggi e domani l’idrogeno rinnovabile (o carburanti sintetici) sono i combustibili necessari per raggiungere la piena decarbonizzazione dei trasporti entro il 2050. I biocarburanti possono avere un ruolo per le lunghe distanze ma solo se prodotti da scarti (come ad esempio il biogas da matrici non alimentari). Legambiente e le associazioni ambientaliste, da tempo sul piede di guerra contro i petrolieri e le lobby dell’agroalimentare, si stanno preparando a scrivere a tutti i parlamentari europei.
Con le nuove norme (Fit for 55) nel 2030 dovremmo dipendere dalle rinnovabili nella misura del 45%. Nei trasporti è possibile elevare molto la quota di rinnovabile solo con l’elettrificazione: se l’elettricità sarà sempre più di origine rinnovabile, tutto il trasporto elettrico diventerà progressivamente green. Non solo. Grazie all’efficienza dei motori elettrici, ci sarà bisogno di molta meno energia rispetto ad oggi. Inoltre i carburanti verranno giustamente ponderati in base al loro potere energetico e alla loro “intensità di carbonio”: perché un litro di oli vegetali fa meno energia di un litro di gasolio e, per la sua coltivazione, lavorazione e trasporto, ha generato emissioni fossili. Quindi per raggiungere l’obiettivo di una riduzione del 13% dell’intensità di carbonio nei trasporti ci sarebbe bisogno del 22-26% di biocarburanti. Una quantità che rischia di surclassare le produzioni agroalimentari negli oli e nei cereali.
I biocarburanti provenienti dalle colture non hanno mai avuto senso. Sono peggiori per il clima, peggiori per la biodiversità e contribuiscono all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. I biocarburanti da grassi animali (sego) si basano sull’allevamento industriale del bestiame con il suo noto impatto drammatico sul clima e sulla natura e, logicamente, sul benessere degli animali stessi. Gran parte dei grassi animali disponibili sono anche una materia prima molto ricercata per altri settori, come la produzione di alimenti per animali domestici. L’olio da cucina usato (Uco) come materia prima proveniente dall’Europa non ha queste conseguenze negative, ma ha una fornitura molto limitata. L’Europa e l’Italia stanno già importando più della metà di quel che raccolgono: il resto viene dalla Cina e dall’Estremo Oriente ed è di origine non certa.
Insomma, siamo a tutti gli effetti di fronte a pratiche di greenwashing, come ha dimostrato la sentenza contro il “biodiesel” di Eni del gennaio 2019 vinta da Legambiente, T&E e consumatori. Per questa ragione gli ambientalisti chiedono di premiare soprattutto l’elettrico rinnovabile ed esclusivamente biocarburanti e biometano avanzati da scarti.