L’allarme dell’Ipbes: la natura è la chiave per il sostentamento di metà della popolazione mondiale
Sono cinque i fattori della crisi della biodiversità: distruzione di habitat, inquinamento, cambiamento climatico, specie aliene invasive e prelievo eccessivo di specie selvatiche. Su quest’ultimo fattore ha indagato uno studio dell’Ipbes (piattaforma intergovernativa scienza-politica su biodiversità e servizi ecosistemici), che sarà pubblicata a fine anno. Secondo le anticipazioni, il genere umano preleva circa 50mila specie selvatiche dai loro habitat naturali per ricavare cibo, legna, medicine, energia e per altri scopi. La natura, afferma il rapporto, è la chiave per il sostentamento e la sopravvivenza di metà della popolazione mondiale.
Purtroppo, pratiche dannose e sfruttamento eccessivo rappresentano una grave minaccia per la vita selvatica (e il benessere dell’umanità). Una specie su tre è sovrasfruttata e una specie arborea su dieci è minacciata di estinzione. Cactacee, orchidee e palme sono particolarmente a rischio d’estinzione a causa dei prelievi dai loro habitat e la caccia insostenibile è riconosciuta come minaccia alla sopravvivenza di 1.341 specie di mammiferi selvatici. Lo studio sottolinea come il commercio legale di piante, alghe e funghi selvatici sia un’industria da miliardi di dollari e segnala tanti insegnamenti presi dalle pratiche sostenibili, tra cui quelli che hanno sottratto all’estinzione il tonno rosso nell’Atlantico e il pirarucu in Amazzonia. Ricorda inoltre che ogni anno le aree protette sono visitate da 8 miliardi di persone, generando 600 miliardi di euro. Lo studio Ipbes si conclude, infine, con approfondimenti e una serie di indicazioni ai decisori politici su come utilizzare le risorse degli ecosistemi in modo più sostenibile per raggiungere gli obiettivi della Convenzione Onu per la biodiversità.