“Bisogna essere allenati per scrivere”. L’intervista a Davide Morosinotto

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A colloquio con uno scrittore amato da figli e genitori, fra i più letti e apprezzati del nostro Paese. In meno di quindici anni di carriera ha scritto più di 60 romanzi

Dal mensile di maggio. Letto da grandi e piccoli, Davide Morosinotto, classe ’80, è uno degli scrittori per ragazzi più amati del nostro Paese. È allo stesso tempo un giornalista, un traduttore, un esperto di nuovi media e dal 2014 socio dell’agenzia letteraria Book on a Tree. In neanche quindici anni di carriera l’autore padovano, ma bolognese d’adozione, ha pubblicato più di sessanta romanzi – a suo nome o come ghostwriter – tradotti in venti lingue. Nel 2017 il suo Il rinomato catalogo Walker & Dawn si è aggiudicato il “Superpremio Andersen” come miglior libro. Lo scorso anno con La più grande ha invece vinto il “Premio Strega Ragazze e Ragazzi”. Nella sua bibliografia spunta anche un libro su Chico Mendes, pubblicato nel 2020. Non si reputa però un ambientalista, ma piuttosto «uno che prova a fare le cose giuste e a non fare troppi casini, che cerca di non prendere aerei, non mangiare carne, di usare il più possibile la bici e non sprecare energia in casa». La Nuova Ecologia l’ha intervistato pochi giorni dopo la chiusura della Fiera del libro per ragazzi di Bologna.

Partiamo dall’inizio. Come è diventato scrittore per ragazzi?

Volevo scrivere dalle elementari. Alle medie ho partecipato a un po’ di concorsi, senza mai vincerne uno. La svolta è arrivata quando mia madre mi ha fatto trovare in camera Harry Potter 5. Ero già all’università e mi rifiutavo di leggerlo. Ma ha insistito ed è finita che in una settimana li ho divorati tutti. Quella saga mi ha fatto capire che sbagliavo le persone a cui proporre le mie storie. Così ho scritto il primo libro per ragazzi e l’ho spedito a tutti gli editori. Mi ha risposto soltanto uno per dirmi che in realtà lavoravano nella localizzazione di videogames, chiedendomi se fossi interessato a un lavoro. Ho accettato e mi sono trasferito a Roma, pensando che la letteratura non facesse per me. Poi un giorno mio cugino, dodicenne, mi chiama per dirmi che a scuola era andato uno scrittore famoso, Pierdomenico Baccalario, e che gli aveva mentito dicendogli di aver scritto un romanzo: “Questo è il suo indirizzo, scrivigli”. L’ho fatto e lui mi ha invitato a partecipare a un concorso di Mondadori. Per la prima volta vinco: il premio era una pubblicazione con loro. Chiamo la direttrice, pieno di idee per il futuro, e lei mi gela dicendomi che è obbligata a pubblicarmi ma che il mio libro non le piace. Ero disperato. Poco dopo però mi ha chiamato Baccalario per chiedermi se volevo lavorare con lui. Aveva già venduto 6 milioni di copie di Ulysses Moore in 20 Paesi. Il mio libro 119 copie, 98 comprate da mio padre.

Nasce così Book on a Tree, la vostra agenzia di storytelling?

No, all’epoca Baccalario era il direttore creativo di Atlantyca, la società di Geronimo Stilton. Io invece ci lavoravo come autore ed esperto digitale. Lì si è cominciata a raccogliere un po’ di gente che aveva voglia di lavorare come noi. Nel frattempo, infatti, avevamo cominciato a scrivere a quattro mani. Nel 2013 Pierdomenico si è trasferito in Inghilterra, dove si è deciso ad aprire una società. Ma eravamo diventati amici ormai, non sarebbe potuto essere il mio capo, così gli ho proposto di diventare socio. Oggi Book on a Tree conta sei soci, quaranta dipendenti, 1.200 libri a catalogo e circa centocinquanta persone, fra autori e illustratori, che collaborano con noi.

La sua bibliografia è ricchissima. Per restare solo ai romanzi, firmati o come ghostwriter, ne ha scritti più di sessanta. Qual è il segreto per scrivere così tanto?

Stephen King in On writing: Autobiografia di un mestiere dice che come minimo si devono scrivere duemila parole al giorno, circa cinque pagine. Questo significa che se sei allenato nei giorni buoni arrivi a scriverne cento. La scrittura è soprattutto disciplina, metodo. Quando i più giovani mi dicono che scrivere è faticoso, gli rispondo che non sono allenati. È come quando si inizia a correre, cominci dal giro del palazzo e poi magari finisci per iscriverti a una maratona. Mi sono però dato la regola di scrivere un libro per volta, altrimenti le storie si confondono e non senti più i tuoi personaggi.

Che pensa del panorama editoriale per ragazzi?

C’è una tendenza negli ultimi anni ai libri service, quelli scritti da ghostwriter, tiktoker, youtuber, player… libri di cui ho grande rispetto e che come Book on a Tree realizziamo. Spesso hanno una tiratura importante e sono pagati bene. E questo significa avere brave persone che possono dedicarci tempo. Un’altra tendenza è quella di buttarsi sulla scuola. Da un lato è positivo, perché la collaborazione con gli insegnanti è fondamentale. Il rischio però è che gli scrittori possano autocensurarsi proprio perché quel libro va nelle scuole o scrivere un libro sulla “legalità” perché sanno che argomenti simili funzionano… Ecco, questa è la morte della nostra professione. Una deriva che come Book on a Tree combattiamo. Quando un autore ci propone un libro sulla disabilità, noi gli diciamo che il libro deve parlare di un ragazzo o di una ragazza, raccontare cosa gli succede, che sia disabile o no. C’è infine un altro aspetto: il nostro resta il campo editoriale più sperimentale, gli scrittori e gli editori per ragazzi si permettono cose che gli “adulti” non possono fare. Abbiamo tanti lettori, questo ci permette di rischiare.

Sempre più librerie indipendenti non reggono la concorrenza di Amazon e delle grandi catene. Da scrittore di successo, e come lettore, ha qualcosa da suggerire per sostenerle?

Devo essere sincero: compro ovunque, ma la maggior parte dei testi li ordino online perché non si trovano facilmente sugli scaffali. Conosco però tante piccole librerie di successo e sono quelle diventate un presidio per il territorio in cui si trovano: organizzano gruppi di lettura, festival, vanno nelle scuole. Creano un sistema che non deve fallire. Il lavoro per tutelarle deve partire sia dalle famiglie che dagli insegnanti. Serve un’educazione reciproca. Questa la risposta da lettore. Come scrittore che va nelle librerie a fare i suoi incontri e le sue presentazioni, lavoro quasi esclusivamente con quelle indipendenti. Come Book on a Tree abbiamo inoltre lanciato una serie di progetti per sostenerle, come il “Grand Tour”: quattro libri, stampati da noi, sono stati venduti nelle sole librerie indipendenti, ognuna aveva l’esclusiva per un raggio di 40 km.

Se noi abbiamo imparato da adulti i linguaggi digitali, oggi i ragazzi e le ragazze imparano prima quelli e dopo la lettura “tradizionale”. Com’è cambiata la scrittura di chi ha questo pubblico?

Il mio lavoro è influenzato dal mondo e il mondo cambia in continuazione. Gli ultimi due anni, che hanno costretto i ragazzi a chiudersi in casa, porteranno cambiamenti enormi. Ora poi c’è la guerra… Noi come Book on a Tree cerchiamo di intercettare tutte le storie che per loro potrebbero essere interessanti e proviamo a raccontarle. Se ci riusciamo, è un altro paio di maniche. Non ho ancora letto, per esempio, un romanzo in cui i cellulari vengono usati come mezzo narrativo portante e sensato, quasi sempre nel momento clou dei thriller il telefono non prende… Una roba orribile. Di sicuro oggi sono considerati lenti libri che un tempo non lo erano. Io leggevo Jules Verne alle elementari, ora è difficile farlo leggere alla medie.

Lei è appassionato di videogiochi. I genitori non dovrebbero preoccuparsi se i figli passano ore a giocarci?

Il problema è se il gioco diventa totalizzante. Sono appena arrivati al mondo e hanno di fronte tante strade, potrebbero diventare astronauti o fruttivendoli, ma al di là della professione potrebbero scoprire la passione per l’arte, lo sport, la musica. Noi adulti, non solo i genitori, abbiamo il dovere di far fare più esperienze possibili a questi ragazzi per fargli capire dove sono bravi. Se lo fai giocare solo a calcio, abbiamo magari il nuovo campione di curling ma non lo sappiamo perché non ha mai provato. Voglio dire che se c’è equilibrio e uno la sera legge, perché è stato educato a farlo da quando era piccolo, il pomeriggio gioca con gli amici, perché è sacrosanto giocare, magari suona uno strumento e si diverte a giocare a basket, non è un problema passare tempo con i videogiochi. È un problema se uno non fa nient’altro che stare incollato davanti a uno schermo. Ma sarebbe un problema anche se un ragazzo non facesse altro che leggere, senza amici né aver mai tirato un calcio a un pallone. Credo comunque che noi adulti stiamo messi peggio. Tante volte a lamentarsi dei figli sono genitori con la testa perennemente sul cellulare che non leggono un libro dai tempi dei Promessi sposi.

L’ultima domanda è di una sua fan. Si chiama Iole, ha 14 anni e frequenta il primo anno in un liceo scientifico di Roma. “In che modo riesci a scrivere così bene, anche in prima persona, di un’età così lontana dalla tua?

Esistono studi scientifici, e anche bei libri come L’arte di narrare di Jonathan Gottschall e La scienza dello storytelling di Will Storr, che indagano il cervello quando fa cose creative. A me piacerebbe far fare una risonanza magnetica ad alcuni miei amici mentre scrivono proprio per vedere che succede nella loro testa. Detto questo, la sensazione che ho quando mi metto a lavorare è che Te Trois, Roqi, Yu (tre protagonisti di tre suoi romanzi, nda) in qualche modo arrivino e scrivano per conto loro. Io sto soltanto a vedere quello che fanno. Insomma, la risposta per Iole è che non ne ho la più pallida idea perché quando Te Trois è arrivato era già fatto così e parlava così. Non sto affatto dicendo di avere un dono. È una questione di allenamento, bisogna imparare ad ascoltare. Anche l’empatia si esercita.

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Davide Morosinotto è nato a Camposampiero (Pd) nel 1980. Lavora a Bologna come pubblicista e traduttore di videogiochi, passioni che insieme alla fantascienza ha trasformato in professione, diventando uno dei più prolifici scrittori per ragazzi. È autore e co-autore di diverse serie, pubblicate talvolta sotto pseudonimi sia individuali (Jeremy Belpois, David Carlyle) che collettivi (Jonathan Spock, Amelia Drake). Nel 2017 con “Il rinomato catalogo Walker & Down” ha vinto il Super Premio Andersen, nel 2021 il Premio Strega per ragazze e ragazzi con “La più grande”.

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L’articolo “Bisogna essere allenati per scrivere”. L’intervista a Davide Morosinotto proviene da La Nuova Ecologia.