Bob Dylan e il tradimento delle canzoni come unico antidoto alla nostalgia: il concerto non è un tuffo nel passato

Milano – Sebbene siano passati 60 anni dall’eco rabbioso di quel “Giuda!” gridatogli da uno spettatore della Manchester Free Trade Hall dopo averlo visto imbracciare la chitarra elettrica, chiunque assista a un concerto di Dylan sa che alla fine, in un modo o nell’altro, ne rimarrà inevitabilmente un po’ tradito. Da sempre, infatti, l’uomo dei Basement Tapes ritiene che stravolgere le sue canzoni da Nobel rappresenti il solo antidoto al loro mito. Onde evitare delusioni, quindi, meglio accantonare ogni speranza di tuffi in quel passato su cui è incardinata la storia.

Coscienza ben radicata nei sedicimila che all’Unipol Dome di Milano hanno salutato il suo ritorno in Italia, prima tappa di un cammino atteso pure al Palazzo dello Sport di Roma il 5 novembre e all’Unipol Arena di Bologna il 7. Uomo di molte età, Dylan in quel rispecchiarsi nelle acque dell’iniziale “Watching the river flow”, ritenuta da molti una considerazione sul blocco dello scrittore, sembra piuttosto riflettere sul fluire del tempo: “Oh, questo vecchio fiume continua a scorrere, non importa cosa si metta di mezzo e in che direzione soffi il vento” dice. “E finché lo farà, io starò seduto qui a guardare il fiume che scorre”.

Sbarcato in teatri e arene cinque anni fa come Rough and Rowdy Ways Tour e divenuto poi quest’anno prima Long Hot Summer Tour, tour della lunga estate calda, poi Lights of Autumn Tour, tour delle luci d’autunno, lo spettacolo in 90 minuti somma quattro brani tratti dall’ultima fatica discografica “Rough and Rowdy Ways”. Ed è proprio da quest’ultimo che affiorano cose come “Black rider”, o “I’ve made up my mind to give myself to you” impreziosite da arrangiamenti abbastanza diversi rispetto a quelli dell’album.

Questo perché in un mondo di sequenze, click e scalette intangibili, si percepisce chiaramente che per lui la musica è ancora il regno del qui ed ora, della creazione sul momento, tra anime, occhi e orecchie complici. E la custodia Yondr in cui finiscono sigillati i telefoni all’ingresso garantisce questa intimità sempre più calpestata sottopalco dalla tecnologia. Un clima non troppo distante da quella Rolling Thunder Revue raccontata da megabox di 39 cd con le registrazioni di quel clamoroso tour del ’76 in arrivo il 6 novembre.

In un mondo di sequenze, click e scalette intangibili, per lui la musica è ancora il regno del qui ed ora

Mezzo secolo dopo, Bob è un ottantacinquenne imperscrutabile seminascosto dietro all’irrinunciabile piano suonato in piedi come il Jerry Lee Lewis a cui rende omaggio eseguendo “I can’t seem to say goodbye”. L’altro tributo, invece, è per il Bo Diddley di “I can tell”. Nel quartetto che l’affianca, l’unico sopravvissuto dei tour che furono è Tony Garnier al basso. Alla batteria c’è Anton Fig, mentre alle chitarre Joel Paterson e Mike Seal, entrati in formazione negli ultimi mesi al posto di Doug Lancio e Bob Britt, vittime illustri di umori e malumori cresciuti attorno a questa trance di concerti 2026.

Verano la violinista americana Scarlet Rivera e Bob Dylan ai tempi dell’album “Desire”, che Rivera suonerà integralmente a Verano per i 50 anni dall’uscita del disco, da Fabio Luongo

Come al solito, Dylan non ha alcun rispetto per il suo repertorio. O meglio, non ha alcun rispetto per la nostalgia che si porta dietro. Con i musicisti costruisce un universo sonoro in continuo movimento, attraversando tradizioni e geografie musicali differenti: da Nashville a New Orleans, passando per il Texas, e spaziando dagli anni Quaranta agli Ottanta. Anche se penalizzato al Dome da un suono inadeguato alle dimensioni della struttura; cosa che ha comportato, soprattutto nella prima parte dello show, qualche lamentela e qualche fischio. Impreziosita dall’armonica, “When I paint my masterpiece” odora di rumba e di Caraibi, “Goodbye Jimmy Reed” è quasi un boogie blues.

Dylan non ha alcun rispetto per il suo repertorio. O meglio, non ha alcun rispetto per la nostalgia

E più lo guardi, più ti accorgi che il Robert Allen Zimmerman per il Bob di oggi è solo un ricordo lontano impigliato da James Mangold negli sguardi e nei primi piani del suo “A Complete Unknown”. Viste le fortune di questo tour europeo, è probabile che molti abbiano comprato il biglietto pensando di trovarsi davanti all’ultima opportunità di assistere a un concerto di Dylan. E forse sarà davvero così. Chissà.

Certo è che se questo giro di concerti dovesse rappresentare il suo congedo dalle scene, non potrebbe esserci epilogo più originare e, in fondo, più in sintonia con il suo carattere. Ma, come potrebbero confermare promoter, discografici, musicisti che gli orbitano attorno, azzardare previsioni sul futuro di Mr. Zimmerman con tanta sicurezza richiede sempre una buona dose di audacia. Per non dire d’imprudenza.