Torino, 16 ottobre 2026 – “Bruciamo tutto”. Il suono delle sirene è coperto dalle urla, dai discorsi, dalla musica sparata da tre casse sul camioncino che guida il corteo. È qui, a Torino, l’epicentro del terremoto che sta scuotendo, fin dalle fondamenta, il mondo della scuola.
Migliaia, tremila o forse più, gli studenti che hanno sfilato per le vie della città che, più di ogni altra, inquieta per le tensioni sociali cui assiste.
Perché quel che accade qui è di solito un antipasto di quel piatto principale che si chiama Italia.
E quindi cori e slogan a ripetizione, urlati con rabbia.
Meloni è il bersaglio grosso, i piccoli non si contano.
Ma si parte dalla scuola, in sofferenza ovunque, e si finisce a parlare di Palestina libera.
E nel corteo c’è di tutto e di ogni colore: si vedono bandiere col simbolo anarchico, quelle dei No Tav, un nostalgico dell’Urss, tanti arcobaleni che, in un boato da stadio, rivestono la statua di Vittorio Emanuele da capo a piedi.
Giovani, tanti, ma anche diversi prof e qualche irriducibile superstite di antichi cortei e vecchie speranze.
Ci sono anche, mescolati nel gruppo, alcuni giovanotti un po’ troppo maturi per essere studenti. E poi son vestiti di nero. Ahia.
La polizia ne preleva una quindicina con le buone prima di partire: avevano il volto travisato e non si può.
Tensione tanta, le parole sono pietre: “Uccidere un fascista non è reato”.
“Oggi o sei rivoluzionario o non sei“: ecco lo slogan di giornata, quello meno offensivo.
Ma la rabbia cresce, basterebbe poco, pochissimo a far scoppiare un incendio.
A un certo punto, il corteo si ferma e parte il lancio di quattro mandarini contro un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa.
Poi si passa davanti alla sede centrale di Intesa Sanpaolo, protetta da una falange di agenti: volano uova, castagne, accendini.
E altri slogan ferocissimi.
Poi il corteo si ferma di nuovo perché alcuni vorrebbero andare dove non si può, dove la polizia e i carabinieri hanno blindato l’accesso a un viale.
Trattative, si gesticola anche nel corteo, la spaccatura è fra i più giovani, che vorrebbero forzare il blocco, e i più anziani del corteo che invitano a non scherzare col fuoco. E con i manganelli della polizia.
Volano accendini.
Poi il corteo svolta a destra.
“E’ finito il tempo del dialogo. “Se questa settimana abbiamo occupato trenta scuole, la prossima saranno cento”.
Sembra finita, non lo è.
A piazza Castello arriva quel che si aspettava. Sotto la prefettura c’è un esercito e i manifestanti violenti non si tengono più: partono gli idranti, più volte per evitare il contatto.
Lanci di oggetti, cariche, sirene, lacrimogeni, manganelli, bottiglie e pietre contro gli agenti.
Eccolo il caos che qualcuno voleva e altri hanno cercato di evitare.
Torino ora ha paura. I negozi chiudono.
Domani è un altro giorno.