Roma, 16 luglio 2026 – Il mantra rimane lo stesso: dimissioni di Giorgia Meloni e pronti alle elezioni. Ma il giorno dopo l’entusiasmante vittoria sull’emendamento che introduceva le preferenze nella legge elettorale, il campo largo si rende conto che la strada verso le elezioni e soprattutto la vittoria non è affatto in discesa come sembrava sull’onda dell’euforia. Intanto perché il Quirinale non ne vuole sapere di crisi su un emendamento che non riguardi davvero un voto di fiducia. In secondo luogo perché la riforma elettorale evidentemente sarà approvata e – Consulta permettendo – probabilmente si voterà col premio di maggioranza e l’indicazione del premier. Infine perché, come rilevano dalla componente riformista insoddisfatta del perimetro ristretto della coalizione, proprio quel voto parlamentare dimostra che “ogni voto è indispensabile, sia nelle urne che in Parlamento”.
Obbligatorio farsi trovare pronti, quindi. Come il campo largo a parole si dichiara, ma in effetti non è né dal punto di vista programmatico né da quello del perimetro e tantomeno da quello della leadership. Tanto è vero che ancora nelle esortazioni alle dimissioni del governo di martedì il 5 Stelle Giuseppe Conte e la dem Elly Schlein si contendevano in tutta evidenza il protagonismo di fronte all’aula e il pubblico dei Tg.
E ieri i due aspiranti alla premiership hanno ribadito il refrain. “Saremo pronti con le opposizioni in qualunque momento” alle elezioni, sostiene Schlein, in quanto “la vera notizia di ieri è che è crollata tutta la narrazione di questo governo che si basava sull’idea di una maggioranza solida e compatta e di divisioni presunte tra le opposizioni”. Di rincalzo Conte e i 5 stelle – con tanto di cartelli al Senato – accusano la premier e il governo di essere “imbullonati” alle poltrone, con l’ex premier che esorta nuovamente Meloni a recarsi al Quirinale invece che a fare premiazioni. Mentre il leader di Italia viva Matteo Renzi parla di “resa dei conti interna” alla maggioranza.
In serata la segretaria dem torna a contestare che si è “sfaldata” la maggioranza per il voto di FdI all’emendamento vannacciano sulle preferenze. “È surreale che vadano avanti fischiettando”, rileva Schlein esortando ancora ad andare a casa data l’inadempienza sui problemi del paese. Ma a fare mozioni di sfiducia il Campo largo e le opposizioni non ci pensano nemmeno, perché non passerebbe.
Presa coscienza che la legge non sarebbe franata, ieri i leader della coalizione di sono riuniti nel corridoio della Corea di Montecitorio per concordare la posizione sull’emendamento centrista a favore del voto dei fuorisede. Una soluzione che non soddisfa il campo largo e in particolare il Pd. Allo stesso tempo, però, i leader hanno preso atto che si sarebbe rivelato un boomerang non assecondare l’allargamento della platea elettorale non momento in cui, per legittime ragioni di tattica politica, hanno già silurato la possibilità di scelta desiderata dagli elettori attraverso le preferenze.
Di qui a farsi trovare pronti per eventuali elezioni al centrosinistra mancano ancora una bozza di programma davvero condiviso – a partire da politica europea, patrimoniale, sicurezza –, una leadership comune, un perimetro davvero largo e non asfittico com’è adesso. Ci pensano i quirinabili Paolo Gentiloni e Pierferdinando Casini a ricordarlo in occasione della presentazione del libro di Piero De Luca alla Galleria Alberto Sordi, da dove mandano a dire che su Ucraina e Europa non possono esserci tentennamenti tra i progressisti.