Cannes 79 è donna: femmine folli, angeli e guerriere. La carica delle attrici

Cannes, 20 maggio 2026 – Léa Seydoux, Adèle Exarchopoulos, Virginie Efira, Victoria Luengo, Renate Reinsve. Sono loro le protagoniste del festival. I volti, le presenze, i corpi e le anime di questa Cannes. No, non le dive. Ma le protagoniste di un cinema emotivo, intenso, rischioso. La regina di questa edizione è forse Léa Seydoux, quarant’anni appena compiuti. È in concorso con due film: Gentle Monster di Marie Kreutzer e L’inconnue di Arthur Harari. Due ruoli inquieti, dolorosi: una musicista il cui marito viene accusato di pedofilia, e, in L’inconnue, un racconto che tocca i registri del fantastico, una donna il cui corpo si impossessa di una presenza estranea. Ha interpretato quest’ultimo ruolo appena dopo il parto. A malapena si riconosceva, dice. “Abbiamo girato due mesi e mezzo dopo la nascita del mio bambino”, ha raccontato. “Stavo ancora allattando, avevo preso molto peso. Non riconoscevo più il mio corpo”. Anche nel film di Harari, Seydoux vive un senso di estraneità simile. È una donna che ha un’avventura di una notte con un fotografo. Quando il fotografo si sveglia, è intrappolato nel corpo della sua partner.

Un’attrice forte, Léa Seydoux. Fin dal suo successo nel 2013, con la Palma d’oro a La vita di Adèle, per arrivare al franchise di 007, a registi coome Lanthimos e Cronenberg. Ma anche sorprendentemente vulnerabile. “Quando avevo 18 anni soffrivo di forti attacchi di panico”, racconta. “Ne soffro anche adesso. E quando ne ho uno, provo la vertigine di essere anche me stessa, nel profondo. Mi guardo nello specchio e vedo me stessa. Mentre quando guardo un film che ho interpretato, penso: sono davvero io? Somiglio davvero a questa persona? E mi chiedo: che cosa significa esistere? Esisto davvero?”.

La sua compagna in La vita di Adèle, Adèle Exarchopoulos, le dedica ancora un affetto speciale. Adèle si è presentata all’aeroporto di Nizza con una maglietta col volto di Léa e la scritta “Léa Forever”. Tredici anni dopo quel film che cambiò la loro vita, le due attrici restano legatissime. Adèle è a Cannes con Garance di Jeanne Herry, dove interpreta un’attrice alcolizzata che precipita nella dipendenza. Un ruolo feroce. Senza vanità. “Non cerco di essere bella sullo schermo”, dice.

Fra le rivelazioni del festival c’è la spagnola Victoria Luengo, 35 anni, nel cast di Amarga Navidad di Pedro Almodóvar e protagonista di El ser querido di Rodrigo Sorogoyen, accanto a Javier Bardem. Interpreta la figlia di un regista celebre e ingombrante, aggressivo e narcisista, in un film ad alta tensione emotiva sul tradimento, sull’abbandono e sull’amore filiale. Interpretazione monumentale di Bardem, ma è lei che gli tiene testa. Sorogoyen ha citato Liv Ullmann: “Più la macchina da presa si avvicina, più occorre togliersi la maschera”. Ed è esattamente quello che fa Victoria Luengo.

Poi c’è Renate Reinsve, 38 anni, già premiata come miglior attrice a Cannes per La persona peggiore del mondo. L’anno scorso, a Cannes, era protagonista dello straordinario Sentimental Value di Joachim Trier, ruolo per il quale ha ottenuto anche la nomination all’Oscar. Quest’anno è nel cast di Fjord di Christian Mungiu, insieme a Sebastian Stan: è una madre a cui viene tolta la custodia di tutti e cinque i figli, poiché il padre è sospettato di percosse. Reinsve recita tutto in sottrazione, di silenzi, sguardi, dolori feroci tenuti dentro. Sembra sempre sul punto di crollare, ma resiste.

Infine, Virginie Efira, 49 anni, già musa di Justine Triet, ora protagonista di Soudain di Ryusuke Hamaguchi, e di Histoires parallèles di Ashgar Farhadi. Luminosa e solida, Virginie Efira recita con ogni centimetro della pelle. In Soudain dialoga per metà del film in giapponese: non un paio di frasi, ma dialoghi che sembrano non finire mai. Dirige una casa di riposo sperimentale a Parigi, e ogni volta che tocca il corpo di una paziente sembra ridarle vita. Ogni volta che la guarda, sembra fare sgorgare amore, comprensione, empatia. In Histoires parallèles recita con Isabelle Huppert, Pierre Niney e Vincent Cassel, in un film che intreccia tensioni morali, segreti, ambiguità sentimentali. In questi giorni, Efira ha raccontato con autoironia i suoi primi Cannes: “Provavo a entrare alle feste e mi cacciavano ovunque”. Ora è lei al centro della festa, anzi del festival. Capace di unire sensualità, malinconia, intelligenza emotiva.