Certe notti all’Olimpico… “Il mio nome è Ligabue e non smetto di schierarmi”

Roma, 12 giugno 2026 – Las Vegas è ciò che “gran parte del mondo starebbe facendo il sabato sera se i nazisti avessero vinto la guerra” diceva lo scrittore Hunter Stockton Thompson puntando il dito sull’edonismo di quella Sin City che pure Luciano Ligabue mette al centro del nuovo kolossal da stadio portato al debutto ieri sera all’Olimpico di Roma. Dopo l’anteprima a Bibione, infatti, il rocker con le scarpe da tip tap è sbarcato tra le 54mila anime della capitale per lasciar scivolare empatia e moralità dei suoi ritratti di provincia nello stordimento e nel vizio di questi anni sprofondati nel clangore delle luci al neon.

“Basta col massacro di Gaza”, “basta col massacro in Ucraina”, “basta col massacro in Sudan”, compare scritto sugli schermi durante Il mio nome è mai più, incisa con Jova e Pelù nel 1999 per dire no ai bombardamenti sotto al cielo dei Balcani e introdotta ricordando “era il periodo della guerra particolarmente cruenta nella ex Jugoslavia, io e altri miei due amici abbiamo scritto una canzone che valeva allora tanto quanto vale oggi, oggi forse ancora di più”. Ecco perché, se gli chiedi il suo pensiero in merito agli “imbrazzi” di De Gregori sui colleghi che prendono posizione sui temi civili, taglia corto dicendo: “Premesso che Francesco è patrimonio della musica e della cultura di questo paese, ed è, credo, uno dei più liberi di pensiero fra tutti i cantautori, perché non si fa mai trovare dove qualcuno pensa di trovarlo, caratteristica che mi piace molto, è chiaro che ha parlato per sé, io quel pensiero non lo condivido. O meglio, non lo condivido più di tanto. Però credo abbia voluto dimostrare, con un po’ di fastidio, il fatto che non è che noi siamo obbligati (a schierarci). Troppe volte si dice che la musica “deve“. No la musica “può“, e uno decide poi se ha voglia di farlo oppure no. Questo credo sia un pensiero che deve essere concesso a tutti”.

Tornando al concerto. Nel pieno di un incubo alcolico Happy hour mostra brindare nella stessa navicella spaziale Trump e Putin, Von der Leyen e Xi Jinping, Netanyahu e Giorgia Meloni, vestiti da astronauti, con Mattarella che nel finale alza il calice verso il pubblico senza nascondere un’aria preoccupata. Ma fra le paure e i disgusti a Las Vegas di Thompsoniana memoria non mancano le scarpette rosse di quella Nessuno è di qualcuno dedicata da Luciano “a tutte le donne e le ragazze che hanno subito un qualsiasi tipo di violenza e in Italia, a quanto pare, è una su tre” e sposata in video, nel nome della fondazione “Una nessuna centomila” di Fiorella Mannoia.

In replica a San Siro il 20 giugno, il tour per i trent’anni di Certe notti proseguierà nei palasport con tappe pure a Bergamo il 27 settembre, Livorno il 1° ottobre, Pesaro il 3, Firenze il 6, Mantova l’8, Bologna il 10, Ancona il 20, ancora Milano il 24. Ma a Luciano non manca una riflessione su Campovolo, che per lui è casa, e il fragoroso rovescio in cui sono è incappato l’“Hellwatt Festival”, il mega raduno con Travis Scott, Kanye West e tanti altri trasformato in “Pulse of gaia” e infine cancellato. “Provo una grande tristezza” ammette. “L’Rcf Arena è nata dal sogno e dalla fatica del mio ex-manager Claudio Maioli, che s’è giocato tutto per realizzarla. Voleva dare a Reggio un lascito, un luogo bellissimo dedicato alla grande musica e per riuscirci ha combattuto sette anni con la politica, con i movimenti, con tutti. Io, ovviamente, ho fatto il tifo per lui pur rimanendo fuori dall’impresa. Però sono sempre stato dalla parte dell’Arena e ora, davanti a quel che accaduto, come ogni un cittadino di Reggio, mi chiedo: come ca**o è stato possibile?”.