La guerra in Ucraina ha messo a nudo le debolezze del modello energetico europeo, fondato sulla dipendenza dal gas russo. I primi mesi del 2023 saranno fondamentali per i nuovi Piani integrati energia e clima nazionali da trasmettere alla Commissione
Clima ed energia sono stati al centro dell’agenda europea del 2022. Soprattutto a seguito della crisi energetica scaturita dalla guerra russa in Ucraina. Conflitto che ha evidenziato il fallimento del modello energetico europeo, fondato sulla dipendenza dal gas russo come fonte di transizione verso la neutralità carbonica. La crisi che stiamo vivendo dimostra, ancora una volta, che per garantire la nostra sicurezza energetica dobbiamo liberarci velocemente dalla dipendenza dalle fossili, accelerando la transizione verso un Europa a zero emissioni entro il 2050.
Un contributo importante può e deve venire dal nuovo pacchetto legislativo clima-energia “Fit for 55”, migliorato grazie al contributo di “RePowerEu”, con le negoziazioni tra Parlamento e Consiglio giunte alla fase finale. L’Europa è ancora in tempo per dotarsi di un’ambiziosa politica energetica in grado di contribuire a fronteggiare l’emergenza climatica e a contenere il riscaldamento del pianeta entro la soglia critica di 1,5 °C, riducendo le sue emissioni di almeno il 65% rispetto ai livelli del 1990. Purtroppo, con l’accordo raggiunto tra Consiglio e Parlamento sul pilastro climatico del pacchetto legislativo, l’Europa non può andare oltre una riduzione del 57% delle sue emissioni, come annunciato alla Cop27 di Sharm El-Sheikh. Ma siamo ancora in tempo per centrare l’obiettivo del 65% grazie al pilastro energetico del pacchetto e al contributo di “RePowerEu”, che ci consente di aumentare il target delle rinnovabili dal 40 al 45% e quello per l’efficienza dal 9 al 13 % entro il 2030. Secondo una valutazione del Climate action tracker (Cat), in questo modo l’Europa potrebbe raggiungere una riduzione netta delle sue emissioni del 60-62%. Per centrare l’obiettivo del 65% serve un ulteriore passo e raggiungere almeno il 50% di rinnovabili e il 20% di efficienza energetica entro il 2030. Obiettivi che, combinati con il phasing-out del carbone entro il 2030 e del gas fossile entro il 2035, insieme a quello della vendita di veicoli con motori a combustione interna entro il 2035 approvato a ottobre, possono consentire di raggiungere la neutralità climatica prima del 2050.
L’Europa è ancora in tempo per dotarsi di un’ambiziosa politica energetica in grado di contribuire a fronteggiare l’emergenza climatica
È importante raggiungere un accordo ambizioso entro i primi mesi del 2023 in modo da dare ai governi il tempo necessario per poter trasmettere alla Commissione, entro giugno come già previsto, i nuovi Piani integrati energia e clima (Pniec) in grado di consentire all’Europa di raggiungere almeno il 65% di riduzione delle emissioni climalteranti entro il 2030. Per la realizzazione di piani in linea con l’obiettivo di 1,5 °C sono però indispensabili adeguate risorse finanziarie. La Commissione valuta che solo per eliminare le importazioni di combustibili fossili dalla Russia siano necessari investimenti per almeno 300 miliardi di euro entro il 2030. Secondo Ember, per raggiungere le zero emissioni nette nel settore elettrico entro il 2035, l’Europa ha bisogno di investimenti iniziali di circa 300-750 miliardi di euro, in modo da quadruplicare la sua produzione rinnovabile ed espandere l’infrastruttura elettrica necessaria con un risparmio di oltre 1.000 miliardi di euro da qui al 2035. Garantendo allo stesso tempo una maggior sicurezza energetica e una migliore qualità dell’aria. Un contributo importante può venire dai Piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr) ai quali è stato aggiunto, grazie al recente accordo tra Consiglio e Parlamento, un nuovo capitolo per dare attuazione agli obiettivi di “RePowerEu”, con risorse addizionali per soli 20 miliardi di euro però. È pertanto cruciale il contributo anche di risorse finanziarie private, facilitato da una normativa sugli investimenti verdi.
Purtroppo, lo scorso luglio l’Europarlamento con il suo voto sulla tassonomia verde ha ceduto alle lobby di gas e nucleare, sostenendo la proposta della Commissione di classificarli come fonti energetiche sostenibili. Un duro colpo al green deal europeo e a una politica energetica in grado di fronteggiare l’emergenza climatica. Ma la partita non è ancora terminata. Lo scorso ottobre l’Austria, sostenuta da Lussemburgo e Spagna, ha formalizzato il suo ricorso contro la proposta della Commissione alla Corte di Giustizia, con buone possibilità di successo. Anche l’Italia deve sostenere il riscorso austriaco per evitare che centinaia di miliardi di euro vadano sprecati con il nucleare e il gas fossile. Solo così sarà possibile vincere la sfida della duplice crisi, energetica e climatica, che rischia di mettere in ginocchio l’Europa. Secondo uno studio dell’Università di Berlino e dell’Istituto tedesco per la ricerca economica (Diw), il taglio del 65% delle emissioni climalteranti non solo è tecnologicamente possibile ma può consentire all’Europa di risparmiare, da qui al 2030, ben 10.000 miliardi di euro grazie alla riduzione delle importazioni di combustibili fossili e dei danni ambientali e climatici. Oltre ad abbassare considerevolmente la bolletta energetica di famiglie e imprese. Un’opportunità che non si può perdere, soprattutto per contribuire a costruire un progetto di pace in Europa.