Come produrre cashmere salvando capre e cavoli

Paola Zaccone con due capre in braccio

Per produrre cashmere servono allevamenti molto grandi. Due donne friulane danno invece in affido i loro capi per creare una rete di microstalle. Curando sia il benessere animale che le terre abbandonate

Dal mensile – Doveva essere un hobby e invece, nel giro di pochi mesi, è diventato un lavoro. Paola Zaccone ha avviato il suo allevamento di capre asiatiche da fibra cashmere a Frisanco, nelle Dolomiti friulane, nel 2020, proprio a inizio pandemia. Ironia della sorte, tutto è accaduto dopo che è tornata in Friuli dalla Gran Bretagna, dove lasciava un lavoro da immunologa a Cambridge. «Mi mancavano troppo queste montagne», dice, mentre ammira le vette dal giardino di casa con le caprette che le girano intorno. «Per questo ho deciso di rientrare nel paese di mia madre, il luogo in cui sono cresciuta da bambina».

All’inizio Paola ha preso qualche capra per simpatia, con il vantaggio di non doversi occupare di tagliare l’erba e decespugliare. Dall’incontro con la veterinaria specializzata in ovini e caprini Tatiana Sbaragli sono venute fuori una grande amicizia e l’idea di andare oltre. È nata così, assieme alla collaboratrice Martina De Florio, l’azienda Friûl Cashmere. «Le capre sono sempre state presenti nella montagna friulana. Ce n’erano due o tre per casa, per il fabbisogno domestico di latte e carne. Erano le mucche dei poveri – racconta – Con l’abbandono e lo spopolamento della montagna, quest’attività si è persa e le capre che si allevavano qui non ci sono più, purtroppo. Noi abbiamo deciso di rivisitare la tradizione, introducendo animali non autoctoni ma molto rustici e adatti a queste zone».

Gli animali provengono dall’allevamento di Nora Kravis, la prima a portare le capre tibetane in Italia alla fine degli anni Ottanta. Il sottopelo che producono è la fibra cashmere: alle soglie della primavera, i follicoli piliferi secondari vanno in regressione, proprio come avviene ai cani o ai gatti. Gli animali vengono letteralmente pettinati e ciascuno cede tra i 200 e i 500 grammi di fibra. Una piccola quantità. «Con una produzione così ridotta, per stare sul mercato è necessario avere molti capi – sottolinea Paola Zaccone – Noi abbiamo scelto di non crescere troppo come allevamento, privilegiando il benessere animale e dando parte delle caprette in affido a chi voglia avviare una mini stalla, con un numero variabile da due a venti capi, in cambio della fibra che viene pettinata una volta all’anno».
Le prime ad aderire alla proposta sono state le sorelle del Monastero benedettino Santa Maria Annunciata di Poffabro, che hanno adottato alcune caprette impegnate nell’ecosfalcio. Il secondo è stato Ivo Romanelli, che pochi mesi fa ha deciso di lasciare il suo lavoro per cambiare vita, intraprendendo una nuova attività di allevamento e gestione del bosco nella vicina Montereale Valcellina.

A completare il progetto si aggiungono i trekking con le capre, alla scoperta della selvaggia Val Colvera, assieme alla guida Andrea Vendramin. Oltre a organizzare le escursioni, Vendramin ha fornito consulenza per l’adozione dei sistemi utili a proteggere le capre dal lupo, che dopo cento anni è tornato anche in Friuli. La sua presenza obbliga a prendere precauzioni. A lavorare la fibra è l’azienda Lanatura di Vicenza, mentre il cashmere è trasformato in scialli e accessori unici dall’artigiana Liviana Di Giusto della bottega Arteviva di Udine. Una produzione per ora di nicchia, ma destinata a crescere.

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