Ilaria Tuti
Come vento cucito alla terra
Longanesi
pp 384, 20 euro
La storia della prima unità chirurgica tutta al femminile. Nei primi anni del ’900 molte donne cercavano di evolversi e uscire dai ruoli prestabiliti offrendo competenze e abnegazione, lottando per abbattere le barriere culturali e sociali che le relegavano in ruoli minori. Anche quelle laureate in medicina, pur avendo fatto lo stesso percorso dei colleghi maschi, venivano destinate esclusivamente alla cura di donne e bambini negli ospedali di carità. La Grande guerra, però, contribuì a cambiare le cose in Europa: non c’erano abbastanza medici uomini per curare i feriti, non c’erano abbastanza posti letto negli ospedali né autisti per guidare i mezzi per trasportare i malati. Così, grazie al coraggio delle suffragette, un gruppo di pioniere si organizzò per trovare edifici adatti da trasformare in ospedali, imparò a guidare carri e automobili e si dedicò alla professione medica.
Nacquero così quei presidi medici chirurgici che fornirono un contributo prezioso per affrontare l’emergenza sanitaria legata al gran numero di feriti gravi provenienti dal fronte. Certo, queste donne furono contestate e osteggiate, ma pian piano ottennero rispetto e gratitudine, almeno fin quando per alleviare le sofferenze fisiche e psicologiche dei pazienti vollero introdurre in ospedale alcune attività in grado di distrarre e focalizzare l’attenzione dei feriti su qualcosa che non fosse il dolore. Se il biliardo si rivelò efficace solo in parte, il ricamo si dimostrò terapeutico. Molti soldati trovarono in questa attività la possibilità di rappresentare o di allontanare dolori e paure, concentrandosi su modelli, colori e punti delicati e dando vita a produzioni anche pregiate e in grado di fornire loro un’occupazione redditizia per il futuro.