Cop27, prima i diritti umani poi quelli ambientali

Manifestazione di Amnesty International

I temi della Conferenza sul clima rischiano di essere oscurati dalla decisione di svolgere il vertice in Egitto. La lotta e l’esempio di Alaa Abd el-Fattah. L’intervento del portavoce di Amnesty International Italia

Non bastava la guerra russa all’Ucraina per rimescolare le carte su questioni vitali come la transizione verso le fonti rinnovabili, la decarbonizzazione, la riduzione delle emissioni e per mettere complessivamente in secondo piano la crisi climatica di fronte a scenari bellici imprevedibili. I temi della Cop27 rischiano di essere oscurati anche per un altro motivo, ben precedente il 24 febbraio 2022: la decisione di svolgere una conferenza globale sulla crisi climatica in un luogo dove c’è una profonda crisi dei diritti umani, ossia l’Egitto. Come se si potessero scollare i diritti ambientali dal contesto più ampio dei diritti umani: civili, sociali, di espressione.

La storia più drammaticamente esemplificativa di questo scollamento è quella di Alaa Abd el-Fattah, “il Gramsci d’Egitto”, tra gli ispiratori e i protagonisti della rivoluzione del 25 gennaio 2011 che mise fine al trentennio di potere di Hosni Murabak. Alla fine del 2021, Alaa è stato condannato a cinque anni di carcere per reati di opinione. Da aprile ha intrapreso uno sciopero della fame, la cui durata ha ampiamente superato i duecento giorni. Dal primo novembre ha rinunciato anche alle cento calorie che lo hanno tenuto finora in vita. Dal 6 novembre, giorno d’inizio della Cop-27, è in sciopero totale, anche della sete. O verrà liberato o morirà, proprio mentre il mondo sarà riunito a Sharm el-Sheikh.

Con Alaa sono migliaia i prigionieri e le prigioniere di coscienza che affollano le carceri egiziane: oppositori politici ma anche esponenti dell’avvocatura, del giornalismo, dell’attivismo per i diritti umani. Persone che avrebbero potuto rappresentare degnamente la società civile alla Cop27. Per chi è ancora in libertà, cosa si prospetta? Il 24 maggio, in un’intervista all’Associated Press, il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, aveva dichiarato che il governo stava attrezzando a Sharm el-Sheikh “una struttura adiacente alla sede della conferenza”, dove gli attivisti avrebbero potuto svolgere le loro proteste. Il governo avrebbe permesso, “come da tradizione, l’accesso [nella sede della conferenza] in una delle giornate dei negoziati”. Una dichiarazione apparentemente di apertura ma che aveva subito preoccupato le organizzazioni internazionali, regionali ed egiziane. Poi più niente. Dato l’attuale clima di repressione e criminalizzazione delle proteste, c’è il rischio che qualsiasi altra manifestazione fuori dalla “struttura adiacente” – soprattutto se si deciderà di svolgerla al Cairo – sarà soppressa e darà luogo ad arresti, processi e condanne. Una prima avvisaglia è stato l’arresto, il 31 ottobre al Cairo, dell’attivista indiano Ajit Rajagopal, che aveva deciso di andare a piedi a Sharm el-Sheikh nell’ambito della campagna globale #MarchForOurPlanet. Al momento di scrivere, non è chiaro dove sia trattenuto.

Quella di assegnare all’Egitto di al-Sisi, il cui ruolo di fonte energetica è ancora più determinante dopo il 24 febbraio, l’organizzazione della Cop27 è stata una decisione che dunque non ha tenuto minimamente conto della questione dei diritti umani. Per mesi abbiamo ascoltato la solita cinica argomentazione, ripetuta pedissequamente ogni volta che un evento internazionale (culturale, politico, sportivo) si approssima a svolgersi in uno Stato dove la situazione dei diritti umani è pessima: “andiamo lì per ottenere miglioramenti”. Che non arrivano mai. La comunità internazionale si è accontentata della Strategia nazionale dei diritti umani, adottata dal governo egiziano poco più di un anno fa: una mera operazione cosmetica che ha favorito la scarcerazione di alcune decine di prigionieri di coscienza non particolarmente scomodi, mentre peraltro ne venivano arrestati altrettanti, ma che non ha cambiato la situazione per le migliaia di persone che mai avrebbero dovuto trascorrere un minuto in carcere.

A questo punto, ciò di cui si parlerà a Sharm el-Sheikh diventa secondario. Lì il prevedibile “bla bla bla” del greenwashing. Nella prigione di Wadi al-Natrun una persona coraggiosa che sta mettendo in gioco il suo corpo, la sua vita, per affermare e rivendicare diritti.