Roma, 23 maggio 2026 – “L’Italia soffre di più perché è più esposta sul fronte dell’energia – spiega l’ex ministro dell’Economia, Giovanni Tria, dopo le pagelle dell’Europa sull’Italia –. Non abbiamo il nucleare e siamo indietro sugli investimenti nelle rinnovabili. In più ha una struttura industriale ancora poco elettrificata, con un uso rilevante di fonti fossili”.
Che cosa possiamo fare?
“Intervenire con nuova spesa senza infrangere le regole europee e senza compromettere il patrimonio di reputazione acquisito negli ultimi anni. Se ci fosse un accordo europeo sarebbe tutto più facile. Perché il punto non è solo il deficit al 3,01% o al 2,9%. Le regole europee possono anche essere definite stupide, ma i mercati, in genere, non lo sono”.
Però l’Europa su questo punto non vuole sentire ragioni…
“C’è una certa contraddizione. Si dice che le regole possono essere sospese solo di fronte a una recessione conclamata di tutta l’Europa. Ma è un ragionamento da “Comma 22″: chiedo di sospendere la regola, ma non posso sospenderla perché c’è una regola che lo impedisce. In realtà, alcuni strumenti di flessibilità esistono. Ma ho l’impressione che si voglia prima capire la durata della guerra”.
Quali possono essere i rischi?
“Il problema, a quel punto, non sarebbe più solo il prezzo dell’energia e, quindi, di inflazione, ma la disponibilità di materie prime. Potremmo trovarci in una situazione simile a quella del Covid, con attività produttive che si fermano”.
Non le sembra che l’Europa sia ingessata?
“L’Europa non è uno Stato federale e non ha una vera politica macroeconomica e neanche economica. Abbiamo una politica monetaria affidata alla Bce e regole fiscali servono soprattutto a controllare i bilanci nazionali perché non danneggino gli altri Paesi. Questo limita la capacità di risposta. Se si aspetta una recessione per sospendere le regole, si interviene troppo tardi e a costi molto più alti. Bisogna correggere la rotta prima del naufragio, altrimenti ci si limita a raccogliere i naufraghi”.
Non teme una fiammata dell’inflazione?
“L’aumento dell’energia comporta un incremento dei prezzi all’importazione e, quindi, una parte maggiore del reddito andrà all’estero. L’inflazione nasce da un conflitto distributivo: le imprese possono ridurre i margini per tenere fermi i prezzi oppure trasferire l’aumento sui listini; i lavoratori possono accettare una perdita di potere d’acquisto oppure chiedere recuperi salariali. L’intervento pubblico può servire a distribuire nel tempo questo costo e a impedire che si metta in moto un vero processo inflazionistico”.
C’è anche una responsabilità del sistema produttivo?
“Sì, la spesa pubblica, da sola, non può produrre crescita strutturale. Ci sono stati 400 miliardi tra misure espansive, Superbonus e Pnrr, ma esaurito l’effetto di domanda siamo tornati a una crescita intorno allo 0,5-0,8%. Inoltre, una parte del sistema produttivo non ha appoggiato fino in fondo la transizione energetica verso le rinnovabili e l’elettrificazione perché implicava perdita di una parte dello stock di capitale esistente legato all’economia “brown”. È comprensibile che chi ha fatto quegli investimenti voglia difenderli. Ma questo ha spinto governi e settori produttivi a rallentare il cambiamento, a proteggere tecnologie esistenti e ad alzare barriere. Oggi però si vede che questo danneggia l’intero sistema”.
Che cosa può fare nell’immediato il governo?
“Bisogna rivedere il bilancio pubblico, trovare risorse per mantenere in piedi l’attività produttiva e costruire strumenti di sostegno per le famiglie a basso reddito. E bisogna prepararsi al peggio. Il governo sta cercando di garantire forniture da altre aree, come già era stato fatto dopo la guerra in Ucraina. Ma se la crisi si generalizza diventa tutto più complicato”.