Roma, 23 maggio 2026 – L’Italia tenta di spostare il baricentro del confronto europeo: non più soltanto caro bollette o aiuti alle imprese, ma energia come questione di sicurezza nazionale. È questa la linea su cui Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti stanno aumentando il pressing su Bruxelles, per ottenere margini di flessibilità nel Patto di stabilità contro gli effetti economici della crisi mediorientale. La premier ha scelto parole nette: l’Europa, ha spiegato, si trova davanti a “circostanze straordinarie, al di fuori del controllo degli Stati membri”, che “necessitano di risposte”. Meloni ha rivelato di averne parlato con Ursula von der Leyen, cercando una sponda politica alla richiesta italiana: considerare l’energia non come spesa ordinaria, ma come componente della sicurezza economica e strategica dell’Unione.
A Nicosia, all’Ecofin informale, Giorgetti ha tradotto il messaggio in linguaggio contabile. “La nostra proposta è di interpretare gli spazi concessi per la difesa in termini di sicurezza nazionale”, ha detto il ministro dell’Economia, definendo la richiesta “razionale e di buon senso”.
Il punto è che la crisi in Medio Oriente può produrre effetti economici paragonabili, per energia, inflazione e competitività, a quelli dell’aggressione russa all’Ucraina. Da qui il mantra del Tesoro: “La sicurezza economica è sicurezza nazionale”. Il dialogo con Bruxelles resta aperto, ma non privo di resistenze. Giorgetti ha incontrato di nuovo Valdis Dombrovskis, scherzando sul fatto di parlare ormai con il commissario all’Economia “più che con il ministro della Difesa Guido Crosetto”. Dal commissario è arrivata una cauta disponibilità: l’Ue sta “valutando diverse opzioni”. Ma la cornice resta stretta: misure “temporanee e mirate“, nel “limitato spazio fiscale disponibile”. Tradotto: nessun liberi tutti sui conti pubblici.
A raffreddare le aspettative è intervenuta Christine Lagarde. La presidente della Bce ha richiamato i governi a interventi “temporanei, mirati e calibrati su misura”, avvertendo che ogni deviazione sarebbe “dannosa”. Se la spesa pubblica alimenta nuove pressioni inflazionistiche, Francoforte non potrà ignorarlo. Il governo cerca dunque un varco stretto: ottenere spazio per sostenere famiglie e imprese, senza dare l’immagine di un Paese che chiede deroghe permanenti. Sullo sfondo pesano crescita debole, debito alto e procedura europea. L’esecutivo valuta un mix di soluzioni: fattori rilevanti del Patto, revisione del Pnrr entro fine maggio, eventuale rimodulazione del deficit. Giorgetti pone anche un tema di concorrenza interna all’Unione: è “singolare” consentire aiuti di Stato e poi impedire di usare risorse per finanziarli, con il rischio di creare “uno squilibrio competitivo”.
La partita si intreccia con l’offensiva delle opposizioni. I gruppi di minoranza al Senato parlano di “emergenza nazionale”. Carlo Calenda sintetizza l’accusa: il problema non è solo essere ultimi per crescita e primi per debito, ma “non avere un piano”. Elly Schlein attacca il modello del governo: “stabilità senza crescita”, con l’Italia “fanalino di coda in Europa”. Martedì Meloni avrà all’assemblea di Confindustria una tribuna decisiva per replicare. Adolfo Urso difende la linea dell’esecutivo: se “sta arrivando una grande tempesta”, non basta dire di aprire l’ombrello, bisogna anche indicare come superarla. È il cuore del pressing di Meloni e Giorgetti: trasformare l’emergenza energetica in una leva negoziale europea. Ma la risposta di Bruxelles resta sospesa tra prudenza fiscale e consapevolezza politica. In questo spazio ridotto il governo deve trovare le risorse per evitare che la crisi dell’energia diventi crisi industriale, sociale e di consenso.