Roma, 22 aprile 2026 – “Eravamo pronti a festeggiare il primo calo concreto del costo del caffè verde, poi è arrivato Hormuz…”. Ecco l’ennesimo guaio per le aziende italiane. Cristina Scocchia è alla guida di Illy Caffè dal 2022. Anni complessi per tutti, soprattutto con chi ha a che fare con materie prime provenienti dall’altro capo del mondo. “Siamo riusciti però a mantenere una crescita a doppia cifra anche quest’anno”, spiega con orgoglio. Ma a che prezzo?
Già, il prezzo.
“Il caffè verde, la nostra materia prima, è oscillato tra i 100 e i 130 cent per libbra tra il 2015 e il 2021. Dal 2022 in poi, a causa degli eventi geopolitici, è iniziata un’impennata che lo ha portato fino a 400”.
Il 2026 era iniziato bene?
“Il caffè verde era sceso a 270 cent, sembrava essersi stabilizzato…”
E invece gli Usa hanno attaccato l’Iran. Reazioni?
“Il costo è subito schizzato a 300 centesimi a libbra”.

Ma il caffè passa da Hormuz?
“No, ma le tensioni in un’area strategica generano effetti a cascata”.
Effetti di che tipo?
“Sul costo dei container, ad esempio, che hanno subìto rincari tra i 300 e i 400 dollari. E sulla loro stessa disponibilità. Poi da Hormuz passa l’urea, che è fondamentale per i fertilizzanti. Infine, lì vicino c’è l’Etiopia”.
Produttrice di caffè…
“La situazione ha reso incerti i tempi di consegna, incidendo sulla produzione”.
E i carburanti?
“È un tema che colpisce noi come tutti. Ci sono stati aumenti del 10-15%, che si sommano ai rincari precedenti”.
Basta questo a fare impennare così in fretta i prezzi delle materie prime?
“Il punto è che ai problemi concreti descritti si sommano speculazione ed emotività dei mercati”.
Ogni annuncio è uno choc?
“Negli ultimi anni è un’escalation. Dalla guerra in Ucraina, al 7 ottobre, ai dazi americani, al conflitto con l’Iran. Ogni notizia stressa i mercati e si ripercuote immediatamente sui prezzi”.
Come reagiscono le aziende?
“Le posso dire come abbiamo reagito noi. Scegliendo di assorbire i rincari il più possibile per non pesare troppo sui consumatori, agendo sui margini per mantenere il posizionamento”.
Com’è andata?
“Siamo cresciuti anche nel 2025, con ricavi per 700 milioni di euro e una crescita pari al 12% a tassi di cambio costanti. L’Italia resta il primo mercato e gli Usa sono il secondo: lì siamo cresciuti del 20%”.
Nonostante i dazi?
“I dazi hanno influito pesantemente: erano al 15% tra aprile e novembre 2025. Stamattina (ieri, ndr) ho avuto conferma che presenteremo richiesta di rimborso. Ma i tempi sono lunghi, e l’amministrazione Usa ha tempo fino a maggio per fare appello”.
Per allora la crisi di Hormuz si sarà risolta?
“Spero proprio di sì”.
Quanto può resistere l’economia al blocco?
“Se la chiusura dovesse perdurare oltre i due mesi, lo spettro della recessione si avvicinerebbe e avrebbe un impatto importante sul turismo, quindi i viaggi, i voli, l’accoglienza, la ristorazione. L’impatto sull’Italia sarebbe rilevante”.
E quanto pesa in tutto ciò la debolezza dell’Europa?
“L’Ue oggi si trova in una posizione di subalternità: non siamo indipendenti sul fronte dell’energia, della difesa, delle tecnologie… Lo svantaggio competitivo nei confronti di Usa e Cina è enorme”.
Cosa serve con più urgenza?
“Un mercato unico. Ne parliamo da troppo ma ancora non esiste. Oggi è più difficile esportare in Europa che nel resto del mondo. Le sembra normale?”.
Il presidente di Confindustria Orsini ha usato parole forti, dicendo che l’Ue dovrebbe cambiare guida.
“Dobbiamo reagire con grinta. Non possiamo aspettare che le crisi geopolitiche ci colpiscano così duramente senza avere la possibilità di reagire. Abbiamo fatto il green deal, ora serve un industrial deal. E serve al più presto, perché è già troppo tardi”.