L’analista: Trump tratterà. “Il nemico non si arrende. E la guerra costa troppo”

Roma, 22 aprile 2026 – Il regime iraniano è oggi più resiliente e radicalizzato: la guerra ne ha rafforzato la capacità di resistere alle pressioni e di imporre costi agli avversari. Riccardo Alcaro, responsabile della ricerca dell’Istituto Affari Internazionali, spiega perché la fine della guerra sia necessaria e perché, per raggiungere un accordo, al presidente Donald Trump servirà molto pragmatismo e probabilmente dovrà fare concessioni.

ALCARO

Riccardo Alcaro, lei in questo momento si trova negli Stati Uniti: che aria si respira rispetto alla guerra con l’Iran?

“L’impressione è di grande incertezza. Il dossier è completamente nelle mani del presidente e del suo ristretto gruppo di collaboratori, con un livello di accentramento decisionale piuttosto inusuale per gli Stati Uniti del dopoguerra. Anche qui, come in Europa, non è chiaro cosa succederà”.

L’opinione pubblica americana è preoccupata?

“Sì, ma soprattutto per motivi economici: il prezzo della benzina, che risente subito delle tensioni sul petrolio. Una parte significativa non gradisce un nuovo coinvolgimento militare in Medio Oriente e una minoranza critica il fatto che si sia entrati in guerra senza un vero passaggio dal Congresso. La base trumpiana resta fedele, ma il consenso generale è in calo”.

Che approccio stanno avendo gli Stati Uniti verso un possibile negoziato?

“Il linguaggio e la retorica del presidente non aiutano. Gli iraniani arrivano da precedenti negativi: il ritiro americano dall’accordo nucleare nel 2018 e attacchi avvenuti mentre i negoziati erano in corso. Inoltre, Washington sembra sottovalutare la natura del regime iraniano, che è istituzionalizzato e resiliente, non personalistico”.

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Trump, nelle sue dichiarazioni, non rinuncia al pugno duro. Le pressioni possono funzionare con Teheran?

“Storicamente no. La Repubblica islamica non cede alle minacce: accetta compromessi solo se le viene offerta una via d’uscita dignitosa. Pretendere una resa totale è irrealistico”.

Esiste uno spazio per un accordo, secondo lei?

“Sì, ma serve pragmatismo. Una possibile base è una sospensione prolungata dell’arricchimento nucleare, accompagnata da controlli molto stringenti, sul modello dell’accordo del 2015. In cambio, gli iraniani chiederebbero un allentamento significativo delle sanzioni o lo sblocco di fondi congelati all’estero”.

Quali sono le alternative che si trova davanti il presidente?

“Ci sono forti incentivi a evitare un’escalation: i costi economici, soprattutto legati allo Stretto di Hormuz, sarebbero enormi e difficilmente sostenibili. Anche politicamente, la guerra non è popolare negli Stati Uniti. Trump ha bisogno di un risultato, ma dovrà scegliere tra una strategia militare molto costosa o una soluzione diplomatica che comporta concessioni”.

Negli ultimi anni molti alti dirigenti della leadership iraniana sono stati eliminati. Che idea si è fatto di quella attuale?

“La nuova leadership appare più dura e consapevole della propria capacità di infliggere costi. Questo rende ancora più improbabile una capitolazione. Senza un cambio di approccio americano, un accordo sarà difficile”.