Droni e provocazioni russe, la Ue accelera sulla difesa. Nasce lo Scudo democratico

Roma, 20 settembre 2026 – La pressione russa ai confini dell’Europa cresce a un ritmo impressionante. Solo nell’ultima settimana, il 13 settembre un drone russo ha colpito il treno Kyiv-Varsavia, a due chilometri dalla Polonia, poco dopo il passaggio di una delegazione europea. Il giorno successivo un altro drone russo è stato recuperato nel Baltico, davanti alle coste polacche.

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Il 15 settembre due Eurofighter italiani della Nato hanno abbattuto nello spazio aereo lituano un drone proveniente dalla Bielorussia e carico di esplosivo. Nello stesso giorno una fregata russa ha lanciato razzi di segnalazione verso un elicottero militare danese. Due giorni dopo, ancora due caccia italiani della Nato sono intervenuti per accompagnare fuori dallo spazio aereo lituano due velivoli militari russi che avevano sconfinato. Un chiaro segnale della pericolosità del momento proviene dall’incontro all’Eliseo, il 18 settembre, in cui Macron ha riunito leader dei partiti e principali candidati alle presidenziali insieme ai vertici della sicurezza e dell’intelligence, per informarli sull’intensificarsi della minaccia russa.

Nel frattempo un’inchiesta di giornalisti tedeschi di RTL ha portato nuove conferme a un sistema noto: quello degli “agenti usa e getta” reclutati dai servizi russi. Persone comuni, spesso in difficoltà economiche o inserite nella piccola criminalità, avvicinate sui social e su Telegram, pagate per fotografare obiettivi, seguire persone, trasportare pacchi, ma anche per compiere sabotaggi e preparare attentati. Reti diffuse, anonime e sacrificabili. Sullo sfondo proseguono le campagne di disinformazione e propaganda degli autoritarismi e soprattutto della Russia. Operazioni che trovano sponde importanti in partiti populisti, di destra e di sinistra, che finiscono per diventare vere e proprie quinte colonne. Chiamiamo tutto questo “guerra ibrida”. Un’espressione che sottende realtà molto concrete: sabotaggio, spionaggio, corruzione, interferenza politica, cyberattacchi, incendi dolosi, violazioni dello spazio aereo, preparazione di attentati. Le parole, a volte, rischiano di rendere meno visibile la realtà che dovrebbero descrivere.
 

E l’Europa? Conviene ricordare una regolarità della storia. Confederazioni e federazioni sono spesso nate e cresciute per rispondere a minacce esterne: dalla Confederazione svizzera agli Stati Uniti, dalle Province Unite dei Paesi Bassi all’Australia. La sicurezza comune richiede e crea solidarietà, istituzioni e strumenti comuni. Qualcosa di simile sta accadendo nell’Unione europea. L’invasione russa dell’Ucraina ha cambiato la percezione europea della sicurezza. E la formidabile, inattesa resistenza ucraina – dalla società civile alla presidenza – ha dato all’Europa il tempo per cominciare a cambiare. Una seconda accelerazione è arrivata dagli Stati Uniti. Donald Trump non si è limitato a chiedere agli europei, come già altre amministrazioni americane, di contribuire maggiormente alla propria difesa. Ha messo in discussione qualcosa di più profondo: l’affidabilità della garanzia americana e la tradizionale identificazione degli Stati Uniti con la difesa delle democrazie alleate.

L’America di Trump guarda con ostilità all’integrazione europea, esercita pressioni su alleati come Canada e Danimarca per la Groenlandia e sostiene forze politiche che lavorano contro l’unità dell’Unione, come l’AfD tedesca. Mentre coltiva un rapporto anomalo con potenze autoritarie, a partire dalla Russia di Putin. È in questo scenario che vanno letti i giorni di Strasburgo appena trascorsi. Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 16 settembre Ursula von der Leyen ha detto che le minacce ibride sono ormai “sempre meno ibride e sempre meno minacce”. Ha proposto una strategia europea della sicurezza, un protocollo comune per rispondere agli attacchi sotto la soglia della guerra, un “counter-hybrid playbook” e un Consiglio di sicurezza europeo aperto anche a Regno Unito, Canada, Norvegia e Ucraina. Il giorno seguente il premier canadese Mark Carney ha parlato davanti allo stesso Parlamento di “rottura geopolitica” e ha raccolto l’innovativa apertura di von der Leyen a fare del Canada il primo “membro associato” dell’Unione, rilanciando l’idea di un’alleanza strategica fra Canada ed Europa: difesa, energia, materie prime, tecnologie, intelligenza artificiale.

Il 15 settembre il Parlamento europeo aveva già approvato lo Scudo europeo per la democrazia, indicando la Russia come principale minaccia ibrida esterna e chiedendo strumenti più forti contro interferenze, disinformazione e attacchi ibridi. La pressione esterna, insomma, sta producendo integrazione. Per necessità. È già accaduto nella storia. L’Europa nata dalla guerra e per la pace, dopo avere per decenni dimenticato la prima, sta scoprendo che per conservare la seconda – e la sua natura democratica – deve imparare a difendersi e diventare un vero potere globale. La sovranità dell’Europa è diventata una condizione della sua democrazia.