Dagli inizi da modella pubblicitaria al successo enorme di Borotalco, attraversò gli anni Settanta e Ottanta Eleonora Giorgi non si è mai lasciata rinchiudere in una sola immagine: popolare, luminosa, a tratti irregolare. Sempre molto sua.
Roma, 21 ottobre 1953: Eleonora Giorgi prima del cinema
Cresciuta nella Roma del dopoguerra lungo, tra quartieri che cambiavano e un cinema ancora vicino alla strada, Eleonora Giorgi finì davanti all’obiettivo quasi per caso. All’inizio non c’era un piano preciso. C’erano foto, provini, qualche pubblicità.
In un’intervista al Corriere della Sera nel 2022 ricordò quei primi lavori con ironia: uno spot per un paio di collant, “credo che neppure si vedesse la faccia”, e una campagna per Annabella taglie forti giovani, negli anni in cui il modello dominante era Twiggy. “A me debordava il seno”, raccontò, con quella franchezza un po’ spiazzante che sarebbe rimasta una sua firma.
Piccoli episodi, certo. Ma già dicevano qualcosa: prima dell’attrice c’era una ragazza che imparava a stare in scena senza perdere naturalezza.
Dalle pubblicità a Fellini: l’ingresso negli anni Settanta
Il passaggio al cinema arrivò nei primi anni Settanta, quando Eleonora Giorgi comparve in Roma di Federico Fellini, film del 1972 sospeso tra memoria, visione e ritratto della Capitale. Non era ancora un ruolo da protagonista, ma entrare nel mondo di Fellini, anche solo per una presenza, voleva dire essere notata dentro una macchina molto più grande.
Da lì la strada si fece più rapida. Il cinema italiano cercava volti nuovi, corpi veri, attrici capaci di passare dal dramma in costume alla commedia erotica, dal racconto sentimentale alla satira borghese. Giorgi ci entrò con un’espressività diretta, non levigata, senza l’aria di chi fosse stata costruita a tavolino. Era giovane, molto fotografata, ma meno prevedibile di quanto l’industria forse avrebbe voluto. E già riconoscibile.
Con Catherine Spaak il primo ruolo da protagonista
Nel 1973 arrivò il debutto da protagonista in Storia di una monaca di clausura di Domenico Paolella, accanto a Catherine Spaak. Fu un passaggio importante: non più soltanto un volto nuovo, ma un’attrice al centro del racconto.
Da lì Eleonora Giorgi cominciò a costruire un’identità che avrebbe trovato il suo momento più popolare negli anni Ottanta.
Il titolo rimasto più legato al suo nome è Borotalco, diretto e interpretato da Carlo Verdone nel 1982. Lei era Nadia Vandelli, personaggio leggero solo in apparenza, fatto di sogni, ingenuità e voglia di cambiare vita. Quel film le diede una popolarità enorme, familiare, da prima serata e da repliche viste e riviste.
Poi arrivarono altri ruoli, tra cui Sapore di mare 2 – Un anno dopo, che la confermarono dentro un immaginario italiano di estati, equivoci, malinconie e battute rimaste nella memoria. Non solo bellezza: anche tempi comici, presenza, istinto.
Amori, lutti e vita privata dietro il volto popolare
Dietro la carriera pubblica di Eleonora Giorgi ci furono anche pagine private difficili, raccontate negli anni senza troppi filtri.
Prima del grande successo visse il dolore per la morte di un fidanzato in un incidente, un lutto giovanile che lei stessa avrebbe ricordato come una ferita profonda.
Poi arrivarono relazioni molto esposte, a partire dal matrimonio con l’editore Angelo Rizzoli, dal quale nacque il figlio Andrea, e più tardi il legame con Massimo Ciavarro, conosciuto sul set e diventato suo marito. Dalla loro unione nacque Paolo Ciavarro.
La fine del rapporto con Ciavarro fu raccontata nel tempo come il risultato di distanze, caratteri diversi, vite che avevano smesso di camminare insieme. Non un solo episodio, piuttosto un consumo lento. “Ci siamo voluti bene”, lasciò intendere più volte l’attrice, evitando il tono del regolamento di conti.
Anche negli ultimi anni, segnati dalla malattia, Giorgi mantenne un rapporto diretto con il pubblico, parlando della diagnosi e delle cure con parole semplici. Forse è lì che la sua immagine si è fissata davvero: attrice popolare, donna esposta, fragile quando serviva, mai davvero addomesticata.