Far nevicare dal cielo sulle Alpi anche con l’Alta Pressione

Far nevicare d’inverno sulle Alpi ridurrebbe l’inquinamento prodotto dalle macchine per la produzione neve artificiale.

 

Negli Stati Uniti d’America, soprattutto nel Colorado, ma poi anche in varie aree della Cina, si praticano da tempo modifiche del tempo atmosferico finalizzate a causare precipitazioni nevose durante la stagione invernale. L’obiettivo è aumentare la nevosità. Una nevosità pensata in buona parte per incrementare le risorse idriche dell’area durante la primavera e all’inizio dell’estate, quando la fusione del manto restituisce acqua ai fiumi e agli invasi, ma anche – volendo – per consentire lo sci invernale.

Un incremento delle precipitazioni ridurrebbe sensibilmente l’utilizzo delle macchine per la produzione di neve in ambito locale. Meno impianti accesi significa una riduzione sicuramente delle emissioni di CO2 e una riduzione sensibile anche dell’utilizzo di risorse idriche locali, che magari in alcune circostanze non sono delle migliori. Il ragionamento si sposta quasi da solo verso casa nostra: una situazione simile è attuabile per le Alpi italiane ?

 

Quanto valgono davvero quelle percentuali

Ce lo siamo chiesto leggendo che cosa succede in questi paesi, dove si parla di un incremento della nevosità fino al 15%, ma c’è chi parla anche del 35%. Ma sono, come sapete, sempre ipotesi. Sovente si tratta di dati pubblicati da terze parti, a volte indipendenti, che non hanno studi contraddittori alle spalle e che nessuno ha mai smontato pubblicamente. Il che non equivale a una conferma. Non sappiamo se effettivamente si riesca a incrementare la nevosità, se questa pratica possa essere attuata sulle nostre Alpi, se questa pratica produca effettivamente effetti concreti.

È un terreno scivoloso, quello della geoingegneria applicata al tempo atmosferico, dove le promesse corrono sempre più veloci delle verifiche. E dove i modelli matematici utilizzati per simulare la semina delle nubi restano, ancora oggi, il punto debole dell’intera catena di validazione.

Resta poi da capire se in Italia ci sarebbe accordo nel generare nevicate artificiali. Evitiamo di chiedercelo per l’estero, perché anche la Svizzera e l’Austria, ad esempio, hanno la stessa catena delle Alpi intensamente sfruttata durante la stagione invernale per lo sci, e prima o poi la domanda arriverà anche sulle loro scrivanie.

 

L’arco alpino e la siccità invernale

Il problema non è da poco, anche perché l’arco alpino da alcuni decenni è sempre più spesso soggetto a condizioni atmosferiche invernali di siccità. Va detto che per le Alpi, durante la stagione invernale, abbiamo il picco minimo di precipitazioni.

Su montagne oltre i 2000 e i 3000 metri di quota le precipitazioni da sbarramento sono molto abbondanti, e quindi ogni volta che transita una perturbazione si verificano nevicate abbondantissime. Il punto è proprio quel “ogni volta che transita” qualcosa. Perché molto spesso, durante la stagione invernale, abbiamo la presenza di aree di alta pressione e le perturbazioni non transitano per settimane, anche oltre un mese, a volte pure ben oltre. Sulle Alpi non ci sono precipitazioni nevose, sulle stazioni sciistiche non nevica, ma fa freddo. Una condizione che il Nord Italia conosce fin troppo bene, e che negli ultimi inverni si è ripetuta con una frequenza inquietante, come accade quando l’anticiclone di matrice africana prende possesso del continente.

La neve, allora, viene prodotta artificialmente. Gli impianti sciistici sopravvivono con questa neve sparata dai cannoni, macchinari sempre più sofisticati e sempre più diffusi, ormai vitali per mantenere in piedi il turismo dello sci invernale, molto praticato sull’arco alpino, dove giungono turisti non solo dai paesi in cui sorgono le montagne ma anche da altre aree, per praticare uno sport nella natura. Una dipendenza tecnologica che pesa sui bilanci e sulle risorse. Ma sciare su strisce di neve avendo tutto attorno un paesaggio spoglio, con i prati ingialliti, non è la stessa cosa di vedere tutto imbiancato. Chi frequenta la montagna lo sa: cambia la luce, cambia il freddo percepito, cambia perfino il rumore sotto gli sci.

Le nevicate sull’arco alpino si sono ridotte come frequenza, questo è un fatto, ma quando accade diventano intensissime. Meno episodi, ma più violenti. È il tratto distintivo degli ultimi inverni, e chi si occupa – come me – di turismo invernale e cambiamenti climatici lo ripete da anni.

 

Sulle Alpi la tecnologia ci sarebbe, le nubi molto spesso no

Com’è stato scritto in articoli che parlano di geoingegneria, dal nulla non si producono precipitazioni. Servono le condizioni atmosferiche ideali. Il problema è che le Alpi queste condizioni molto spesso non le hanno, perché in presenza di alta pressione invernale l’aria in quota è molto secca. L’Europa mediterranea e la parte centrale del continente vengono a volte invase da alte pressioni africane, seccissime alle quote superiori, e quindi c’è una bassissima concentrazione di vapore acqueo. Se manca il vapore acqueo mancano quelle condizioni ideali per lo sviluppo delle nubi, e senza le nubi non ci sono le precipitazioni, nemmeno prodotte artificialmente.

In sostanza la tecnologia ci potrebbe anche essere per far nevicare, ma mancano molto spesso le condizioni atmosferiche. Il cielo terso molte giornate di gennaio e febbraio, che dire, anche di dicembre, è esattamente il cielo peggiore per chi vorrebbe seminare le nubi: non c’è niente da seminare. E su questo nessuna macchina, per quanto avanzata, ha ancora trovato una scorciatoia.

 

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