L’autrice racconta a Nuova Ecologia l’importanza di continuare a parlare della Seconda guerra mondiale, del regime fascista e della “banalità del male”
di BRUNA MARTINI
Dal mensile di aprile – Quante volte ho ascoltato gli aneddoti di zia Graziella? E quanti pomeriggi ho passato sul tappeto del suo salotto, circondata dai cugini, sconvolta e allo stesso tempo catturata da quei racconti, così diversi dalla mia vita quotidiana? Sono passati settantacinque anni dalla fine del regime, eppure il fascismo è tornato in auge proprio tra chi, a differenza dalle generazioni precedenti, non ne ha avuto nessuna esperienza diretta.
C’è davvero ancora bisogno di parlare della Seconda guerra mondiale, della “banalità del male”? Io credo di sì. Non con il linguaggio accademico che elenca date, descrive battaglie, esplora retroscena. Per scrollarci di dosso l’ombra del fascismo, per combatterne le tecniche di persuasione, abbiamo bisogno del racconto orale. Di vita vissuta.

In Patria ho raccontato e disegnato i ricordi di mia zia Graziella, nata ed educata nel credo totalitario, a partire dagli oggetti di cui era circondata quando ancora era una bambina. Alcuni, come le foto di famiglia, appartengono alla sua collezione: il padre arrotondava lo stipendio sviluppando negativi nel bagno di casa. Altri sono il frutto di anni di ricerche in tutta Italia tra mercatini, negozi di antiquariato e librerie. Non è stato difficile reperire questo materiale, perché si tratta di oggetti prodotti in massa durante il Ventennio che ancora abbondano nelle soffitte degli italiani. Mi ha colpito, al contrario, la mancanza di un processo di informazione, di analisi critica o semplicemente di catalogazione di questi oggetti. Non li ho trovati dietro le teche di un museo o in un archivio storico ma nel fondo di una bancarella, rosi dai tarli, dimenticati sotto un metro di polvere. Ed è proprio per non dimenticare che ho voluto condividere la storia di mia zia. Non un eroe assurto agli annali della Storia, ma una ragazzina qualunque, che non ha potuto sottrarsi al processo di indottrinamento della scuola fascista. La sua è la storia di tutti noi: di un Paese che si è lasciato soggiogare dall’ideologia del fascismo.
Mi auguro che la voce di Graziella bambina diventi l’occasione di un passaggio di testimone tra una generazione e l’altra. Spero che Patria possa essere un monito per tutti noi – ragazzi, adulti, anziani – a non dimenticare la ferocia di un passato sempre pronto a riaffiorare.