C’è una frase nell’intervista a Filippo Magnini che vale da sola il tempo di visione del video. “Non si gioca a nuoto. Il nuoto si fa sul serio.” Sette parole. Dentro ci stanno vent’anni di vasche, migliaia e migliaia di chilometri percorsi avanti e indietro, avanti e indietro a tenere il ritmo di una carriera da manuale.
Il nuoto non è uno sport che si gioca
Filippo Magnini, 44 anni compiuti a febbraio, lo spiega con i numeri: “Nuotavo quindici, sedici chilometri al giorno per prepararmi a una gara di quarantotto secondi.”
Quarantotto secondi: è il tempo di una finale mondiale dei 100 stile libero, la specialità che il pesarese ha dominato per un decennio, diventando campione del mondo nel 2005 a Montreal e nel 2007 a Melbourne. Uno dei tre soli nuotatori della storia — insieme a Matt Biondi e Aleksandr Popov — capaci di vincere il titolo mondiale nella stessa specialità per due edizioni consecutive.
Il primo mattone: la famiglia (e il calcio che non è)
Tifoso dell’Inter, da bambino sognava di fare il calciatore. Il nuoto è arrivato quasi per caso, come sport di irrobustimento consigliato dai medici. È andata così: “Dovevo mettere su muscoli. Poi in piscina sono migliorato rapidamente. E ci ho preso gusto anche perché miglioravo sempre di più e scoprivo la mia vena di competitività, il fatto che potevo davvero togliermi delle soddisfazioni e diventare qualcuno.” Il resto è storia.
Da quella storia, però, Magnini ha estratto una lezione che oggi porta nelle scuole e nei circoli cercando di incontrare i ragazzi, ma soprattutto i genitori, portando un messaggio che faccia la differenza : “Sono convinto che la genetica pesi, ma alla fine si parte sempre da mamma e papà. Il primo step è dare la possibilità ai figli di fare sport, qualunque sport.” Non è retorica: “Lo sport è aggregazione, abbatte le barriere, fa bene alla salute, ti tiene lontano da tante cose sbagliate che oggi circondano i nostri ragazzi.”
Il punto è che il nuoto richiede uno sforzo attivo da parte della famiglia, molto più di altri sport: “A undici anni il calcio è più divertente, forse anche più pratico. Non è facile convincere un ragazzino che nuotare avanti e indietro per tanti chilometri sia la cosa più bella del mondo.” Poi aggiunge: “Ma con il tempo può diventarlo.”

Il sacrificio intelligente
Qualcosa è cambiato rispetto alla sua generazione, ammette Magnini. Gli allenamenti di oggi sono meno monotoni: “Noi facevamo avanti e indietro, sempre, una ripetuta dietro l’altra. Adesso si cerca di rendere l’allenamento anche un pochino più divertente e appagante dal punto di vista emotivo. Non è un cedimento alla comodità: è un adattamento intelligente a generazioni che hanno più stimoli esterni e meno pazienza per la ripetitività pura”.
Il punto di svolta, però, rimane la stessa cosa di sempre: “Il genitore mette il primo mattone, ma poi tocca al ragazzo avere voglia di diventare davvero un atleta. La costanza, la determinazione, l’impegno: quella parte non la può fare nessun altro.”
La fatica? “Ripartire dopo le sconfitte, dopo gli infortuni, ricominciare a fare chilometri e chilometri di nuovo sapendo che tanto è sempre dalla vasca che devi ripartire. Il successo e le vittorie ripagano tanto, a volte offrono un futuro e una visibilità che è davvero molto appagante. Ma tutti guardano alla notorietà come alla cosa più evidente: e non alle migliaia di vasche che hai fatto per quei quarantotto secondi di gloria”.
Il messaggio più importante: non la televisione, la laurea
C’è un passaggio dell’intervista in cui Magnini corregge gentilmente il punto. Gli si chiede se la sua partecipazione a reality e talent abbia contribuito a rendere il nuoto più popolare tra i giovani. Cosa indubbia. Ma lui sposta l’asse, senza esitare: “Il messaggio più importante che ho dato ai ragazzi non è che oltre il nuoto ho fatto televisione. Ma che mi sono laureato con 110 e lode in Scienze Motorie.”
La laurea, conseguita nel 2022, è per Magnini la vera eredità da trasmettere: “Bisogna sempre pensare a un percorso B, ma anche a un percorso C. Il nuoto non ti dà da vivere come tre anni in Serie A di calcio. Devi crearti il futuro, devi aprire più strade.” E le strade si aprono studiando: “Uno studente che fa sport è organizzato meglio anche nello studio. E uno sportivo che studia ogni tanto libera la mente per stare più leggero durante le gare.”
Le strutture: un problema che non finisce
Milano ha ospitato le Olimpiadi invernali del 2026. Per anni non ha avuto una piscina olimpica pubblica. La mitica Cozzi, costruita nel ventennio fascista, era a pezzi. Le gare ufficiali si svolgevano in circoli privati. Poi La seconda — la piscina della Bocconi, tra le più tecnologiche d’Italia — è arrivata solo di recente.
Un paradosso che Magnini conosce bene: “Se non ci sono piscine accessibili, non si può nuotare. Le piscine costano: sono strutture impegnative e di gestione non semplice. Ma nel nostro DNA c’è lo sport, il nuoto. L’Italia è circondata dal mare. Nuotare dovrebbe essere una cosa naturale per noi quasi come imparare a camminare. E invece il confronto con Stati Uniti e Australia — dove università, scuole e privati finanziano impianti sportivi a livelli incomparabilmente superiori — è avvilente. Siamo ancora lontani da quello standard. Ma rispetto a tanti anni fa qualcosa si muove e le strutture che possono aiutare le generazioni dei campioni di domani oggi cominciano a esserci.”
L’impegno pubblico di Magnini è in questa direzione: “Spiego a cosa serve una piscina, a formare campioni, certo, ma anche semplicemente a far crescere meglio e in salute migliaia e migliaia di ragazzi. A farli nuotare insieme”.

Cosa rimane
Ritiratosi nel 2017, Magnini non ha smesso di nuotare. Nel 2023 ha vinto tre ori ai Campionati Europei Master in vasca corta a Madeira, firmando due record mondiali e un record europeo nella categoria Master40. Ha semplicemente cambiato vasca.
“Cerco di trasmettere i valori sani che mi ha insegnato lo sport — conclude nel video — non attraverso le mie imprese in acqua, quelle ormai appartengono al passato. Posso essere utile attraverso il mio esempio, attraverso i racconti, attraverso i dialoghi con i ragazzi in prima persona. Incontrarli è sempre un privilegio…”
Ecco quello che fanno i campioni quando smettono di gareggiare. Diventano qualcos’altro. A volte qualcosa di molto meno evidente, ma di estremamente più utile.