
Il successo di Glasgow dipende molto dal rispetto da parte dei Paesi industrializzati dell’impegno di garantire a quelli poveri un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno. Solo così potranno ridurre le loro emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici
La finanza climatica è uno dei punti cruciali dell’agenda della Cop 26. Il successo di Glasgow dipende molto dal rispetto da parte dei Paesi industrializzati dell’impegno, assunto a Copenaghen nel 2009, di garantire ai Paesi poveri un aiuto economico di 100 miliardi di dollari l’anno per ridurre le loro emissioni e adattarsi ai cambiamenti climatici. Mancano ancora più di 20 miliardi, secondo le stime ufficiali dell’Ocse, per raggiungere i 100 miliardi promessi. Risorse vitali per il futuro delle comunità più povere e vulnerabili del pianeta. Basti pensare che i soli costi annui di adattamento per queste comunità già ammontano a 70 miliardi di dollari e l’Unep stima che nel 2030 raggiungeranno i 300 miliardi.
Secondo gli ultimi dati Ocse disponibili (2018), il totale degli aiuti ai Paesi poveri ammonta a 78,9 miliardi di dollari, di cui 62,2 miliardi di fondi pubblici, destinati soprattutto ad azioni di mitigazione (70%). Va sottolineato che nei dati Ocse sono inclusi sia le sovvenzioni che i prestiti.
Mancano ancora più di 20 miliardi, secondo le stime ufficiali dell’Ocse, per raggiungere i 100 miliardi promessi. Risorse vitali per il futuro delle comunità più povere e vulnerabili del pianeta. Basti pensare che i soli costi annui di adattamento per queste comunità già ammontano a 70 miliardi di dollari e l’Unep stima che nel 2030 raggiungeranno i 300 miliardi
Infatti, da un’analisi di questi dati fatta da Oxfam (vedi il grafico sotto) emerge che nel biennio 2027-18 la media annua degli aiuti pubblici ammonta a 59,5 miliardi di dollari. Ma se si sottraggono gli interessi pagati, le restituzioni dei prestiti e gli altri costi finanziari (climate-specific net assistance), le risorse realmente trasferite ai Paesi poveri si riducono ad appena 19-22,5 miliardi. Oxfam stima che circa l’80% degli aiuti pubblici (47 miliardi) è sotto forma di prestiti, la metà dei quali a condizioni non agevolate, ma di mercato. Solo il 20% di questi aiuti è andato ai Paesi più poveri (Least Developed Countries – Ldc) ed appena il 3% ai piccoli Stati insulari (Small Island Developing States – Sids) che sono i più vulnerabili ai cambiamenti climatici in corso. E all’adattamento sono destinati appena 6-7 miliardi.
Anche l’Unione Europea e i suoi Stati membri considerano i prestiti nell’ammontare complessivo dei loro aiuti, che si aggirano sui 27 miliardi di dollari di cui circa la metà in prestiti. Si stima, infatti, che gli aiuti pubblici europei realmente trasferiti ai Paesi poveri ammontino a quasi 13 miliardi di dollari, se si sottraggono gli interessi pagati, le restituzioni dei prestiti e gli altri costi finanziari.
Il crescente peso finanziario degli interessi, combinato con la crisi pandemica, sta mettendo in ginocchio le economie dei Paesi più poveri. Il livello del loro debito è ormai a livelli insostenibili per fronteggiare la triplice emergenza – climatica, economica e sociale – con cui devono fare quotidianamente i conti. Questa drammatica situazione ha spinto il G20 a sospendere il pagamento del debito (Debt Service Suspension Initiative – Dssi) dei Paesi più poveri per tutto il 2021. Iniziativa che va subito estesa ai prossimi anni, sino a quando non si raggiunge un accordo in grado di garantire a questi Paesi gli aiuti necessari a fronteggiare l’emergenza climatica e contenere il loro debito a livelli sostenibili sia dal punto di vista economico che sociale. Uno degli strumenti da mettere in campo, come chiede l’Alleanza dei piccoli Stati insulari (Aosis – Alliance Of Small Island States), è l’istituzione del “Global Distaster Fund”, finanziato anche con accordi bilaterali (Debt For Climate Swaps) di cancellazione del debito per aiutare i Paesi più poveri a fronteggiare l’emergenza climatica.
È pertanto indispensabile che a Glasgow si raggiunga un accordo sulle nuove regole di contabilità, trasparenti e comuni per tutti i donatori, in modo da riflettere il reale valore (grant equivalent) degli aiuti destinati ai Paesi poveri. Nello stesso tempo, va concordata una chiara roadmap per raggiungere l’impegno dei 100 miliardi di dollari, destinando almeno il 50% all’adattamento. Tutti i Paesi donatori devono impegnarsi a raddoppiare il loro contributo entro il 2025, garantendo che gli aiuti siano aggiuntivi a quelli già destinati alla cooperazione allo sviluppo. Un primo importante impegno in questa direzione deve venire dal G20 dei ministri delle Finanze che si tiene a Venezia dal 9 all’11 luglio e che ha il clima al centro della sua agenda.
