Nel libro “Terra fragile” l’editore Neri Pozza raccoglie i grandi reportage ambientali pubblicati in trent’anni sul “New Yorker”. Bill McKibben, Elizabeth Kolbert e Jonathan Franzen descrivevano la fine della natura quando gli scienziati non erano ancora ascoltati
Guardarsi con gli occhi del passato e provare sgomento e inquietudine. È quello che si prova leggendo trent’anni di reportage capaci di raccontare appieno la complessità della crisi climatica che stiamo attraversando. Si rimane stupiti da quanto era noto dagli scienziati rimasti inascoltati. Il tutto, mentre i segnali della catastrofe erano invece ben visibili, quasi che la natura in qualche modo avesse provato ad avvertirci.
Per ricordarci quanto sapevamo e quanto non abbiamo saputo o voluto vedere è in libreria Terra fragile, il libro che raccoglie trent’anni di grande giornalismo ambientale del New Yorker e che in Italia è stato recentemente tradotto da Neri Pozza. Dall’acidificazione degli oceani, allo scioglimento dei ghiacciai, dalla crisi della biodiversità agli eventi meteorologici estremi, fino a ciò che possiamo fare noi oggi, anche cambiando i nostri stili di vita: firme come Bill McKibben, Elizabeth Kolbert e Jonathan Franzen accompagnano il lettore nel ripercorrere a ritroso la storia della presa di coscienza sulla crisi climatica, dalle inondazioni sempre più violente agli incendi sempre più grandi e frequenti, fino agli uragani che oggi sono arrivati a colpire le coste del nostro continente, in un mondo in cui adattarsi sta diventando sempre più difficile. «Quella che era una potenziale minaccia, è diventata la cruda realtà di tutti i giorni», dice Bill McKibben, ricordando quando fu il primo a lanciare l’allarme sulle colonne del New Yorker con l’articolo “La fine della natura”, ormai oltre trent’anni fa. Dentro c’era già tutto, compreso un senso di urgenza che all’epoca quasi nessuno colse: anzi, come racconta la prefazione, fu scambiato addirittura per letteratura fantastica. Eppure, se avessimo prestato ascolto, come scrive la stessa Elizabeth Kolbert, «oggi il mondo sarebbe diverso, un luogo incredibilmente migliore sotto molti aspetti». E invece abbiamo continuato a camminare su una “crepa nel ghiaccio” e siamo arrivati così a poter ritenere sensato intervenire con l’ingegneria climatica.
Intervistato dal “Guardian”, rilevando le forti analogie tra pandemia e crisi climatica, il curatore David Remnick ha sostenuto che «il cambiamento climatico non avrà un vaccino, una soluzione singola e a breve termine: dobbiamo capire che il danno che abbiamo fatto al nostro pianeta e a noi stessi, sta già esigendo un prezzo terribile che non farà che peggiorare, secondo gli scienziati, se continuiamo il nostro percorso idiota e autodistruttivo». Se non saremo finalmente capaci di invertire la rotta.
David Remnick e Henry Finder (a cura di),
Terra fragile. Il cambiamento climatico nei reportage del New Yorker
Neri Pozza, 2021, pp. 512, € 25,00